domenica 27 ottobre 2013

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sabato 2 febbraio 2013

incubo sulla città contaminata


Va bene, non è neanche un film perfetto, ma parlando di fascino ne ha da vendere.
Cronologia zombesca: Nel 1968, George Andrew Romero porta sugli schermi il famosissimo Night of the living dead (La notte dei morti viventi). Nella storia del cinema si è parlato di zombie (quelli veri) da sempre, ma Romero con il suo film li trasforma rendendoli leggendari. Il successo cinematografico è totale e sorprendente, tanto da influenzare completamente il cinema di genere. Da quel momento in poi gli zombie sono solo quelli di Romero.
Il film ebbe così tanto successo e così poco rientro economico nei riguardi della troupe (anche per via di certi errori del distributore che resero il film di pubblico dominio) che lo stesso Romero, per sdebitarsi con loro, realizzò un remake praticamente uguale nel 1990. Romero lo produsse, lo sceneggiò e rimase sul set per tutto il tempo, ma la regia venne firmata da Tom Savini, il maestro degli effetti speciali.
Per lungo tempo, dunque, gli zombie sono rimasti sempre gli stessi. Nel 1978 venne pubblicato anche Down of the dead (il sequel dello stesso Romero) tradotto in Italia con il titolo Zombie, versione pesantemente ritoccata da Dario Argento che introdusse anche alcuni brani dei Goblin.
In quegli anni furono tantissime le pellicole sugli zombie, e tutte si rifacevano fedelmente a quel morti viventi, ma non Lenzi.
Nel 1980, infatti, firma il suo Incubo sulla città contaminata e i suoi mostri non sono zombie, ma uomini contaminati da un virus che li trasforma in mostri succhia sangue. La pellicola piace e diventa subito un cult. Non solo, i mostri entrano di diritto nel filone degli zombie rendendoli, però, moderni.
Nonostante tutte le pellicole sui morti viventi, Lenzi, in realtà, si ispirò a un altro film che con loro non aveva nulla (o quasi) da spartire. Il maestro si rifà infatti a La città verrà distrutta all'alba (sempre di Romero), dove un virus creato in ambiente militare infetta le persone, ma poco conta. Quelli di Lenzi vengono considerati zombie a tutti gli effetti. Zombie con caratteristiche innovative, tra l'altro. Innovazioni che verranno riprese solo negli anni 2000, come vedremo. I suoi zombie corrono rendendosi più pericolosi e letali.
Nel 2002 Danny Boyle (Piccoli omicidi tra amici, Trainspotting) firma 28 giorni dopo ed è chiara l'influenza del film di Umberto lenzi. Nel 2004, invece, Zack Snyder (300, Watchmen, L'uomo d'acciaio) firma il remake di Down of the dead (Zombie), dove gli zombie sono velocissimi e in pochissimo tempo invadono tutto il mondo.
Quindi, non sarà il miglior film di Umberto Lenzi, ma grazie a lui gli zombie si sono evoluti. Lo stesso Tarantino, lo considera una specie di capolavoro e Rodriguez lo ha saccheggiato (questo e anche La città verrà distrutta all'alba) per costruire il suo Planet Terror, l'altro capitolo (insieme a Death Proof) di Grindhouse.
Il film comincia con il giornalista televisivo, Dean Miller, che viene inviato all'aeroporto per intervistare uno scienziato di fama mondiale che sta per atterrare. Lui vi si reca con un cameraman, ma non lo vediamo pienamente sereno. Si guarda attorno e sembra quasi spaesato. La telecamera indugia su alcuni dettagli che ci sembrano di poco conto, un'auto dei vigili del fuoco che avanza nella pista deserta e cose di questo tipo. L'aereo che stanno aspettando non c'è. È in ritardo. Poi arriva, ma la situazione è particolarmente strana. Sembra che non ci siano i piloti, sembra che non ci sia nessuno, all'interno. Poi il portellone si apre e una gamba lentamente sbuca fuori.
Ci sono i militari, le belle donne nude, donne sconosciute che vengono aggredite, spogliate e... morse. Così, per far vedere un po' di tette. C'è tantissimo sangue, ma anche coltelli finti. Tanti. Si notano troppo. Inseguimenti e lotte all'ultimo sangue. La tensione cresce e cresce anche la visionarietà di Lenzi, insieme alla violenza. Mammelle che vengono asportate, occhi che vengono infilzati e sradicati dalle orbite e quant'altro. Tutto il repertorio, fortunatamente. L'invasione è totale e pare proprio che non lasci scampo. Poi il colpo magistrale di Lenzi che chiude il film in un modo che a quei tempi era tutt'altro che scontato o banale. Chapeau.

Incubo sulla città contaminata di Umberto Lenzi
Italia, 1980
con Hugo Stigliz, Laura Trotter, Mel Ferrer

martedì 29 gennaio 2013

la fuga di logan


Questo è un colossal mal riuscito. Per carità, è chiaro che a vederlo oggi può risultare un po' datato, ma  il discorso è proprio un altro. Ha avuto un successo clamoroso, in quegli anni (parliamo dei '70) ed ebbe un fottio di nomination agli Oscar e vinse pure come miglior film di fantascienza, migliori effetti speciali e chissà cos'altro, tanto che mi viene il dubbio che spesso basti spendere tanto per avere dei riconoscimenti.
Ci sono pure alcuni attori molto celebri, come il protagonista Michael York (Romeo e Giuliatta di Zeffirelli che lo volle pure nel suo sceneggiato TV Gesù di Nazareth nel ruolo di Giovanni Battista, Cabaret con Liza Minnelli, e la serie di Austin Pawers). La protagonista femminile, invece è Jenny Agutter vista anche nel meraviglioso Un lupo mannaro americano a Londra di Landis, mentre il cattivo è Richard Jordan visto in tanti western, in Dune e Caccia a Ottobre Rosso. La guest invece è il simpaticissimo Peter Ustinov (Quo Vadis, Spartacus e tanti film tratti da Agatha Christie). C'è pure una comparsata di Farrah Fawcett. Nientemeno.
La storia è una bella storia, se la si racconta bene. Nel '67 (nove anni prima, quindi) i due autori dell'omonimo romanzo, infatti, pubblicarono il bellissimo libro di fantascienza con influenze fantasy. George Lucas fu il primo a prendere ispirazione nel suo THX 1138 (L'uomo che fuggì dal futuro), ma sono svariati i film che in modi diversi devono tanto a Logan's Run, tra i quali il favoloso (per me) Zardoz interpretato da Sean Connery.
Così nel 1976 Michael Anderson (Il giro del mondo in ottanta giorni) firma La fuga di Logan che ebbe subito un grande successo, tanto da costringere gli autori del romanzo a scriverne anche un seguito (solo del romanzo, eh?!), tanto da spingere il colosso Marvel Comics a pubblicarne un fumetto a distanza di trent'anni. Insomma, la gallina dalle uova d'oro. Ok. Ma il film? Il film è semplicemente monco. Non è solo diverso, come capita spessissimo nelle trasposizioni cinematografiche di romanzi di successo, ma manca di troppi riferimenti e spiegazioni per essere completo.
E dire che ha ritmo, ottimi spunti, buone soluzioni ecc. Peccato davvero.
Logan 5 è un cacciatore di disertori in una città ovattata e perfetta, ultima rimasta in un pianeta terra deserto. All'interno di questa immensa città ultra tecnologica comandata da un super computer, la popolazione (tutti ragazzi che hanno al massimo 29 anni), vivono in totale relax e dediti ai piaceri più sfrenati. Si capisce immediatamente, comunque, che questi guardiani, i cacciatori, fanno parte di una casta elitaria. Pare comunque che non hanno nessuna agevolazione, rispetto agli altri. Tutti, infatti, al compimento del trentesimo anno di età devono rinnovarsi per rinascere in un nuovo corpo (probabilmente, ma non è dato saperlo), ma è oltremodo evidente che durante il rito di rinnovamento, il computer, uccide tutti i partecipanti. Molti ragazzi, però, rifiutano questa condizione (a quanto pare sono gli unici a capire che ai trenta t'ammazzano) e quindi disertano.
I cacciatori li scovano e li colpiscono con un particolare raggio immobilizzatore che li prepara, anche li (ma non si capisce bene), per essere rinnovati (ancora. Ma se l'hai ammazzato!).
Esiste un'organizzazione segreta che aiuta i disertori a fuggire per farli arrivare in un luogo sicuro chiamato "Il santuario", ma anche questo nel film è una roba buttata li, perché poi... ok, niente spoiler.
Logan 5 è ancora un giovincello, ma (qualcuno mi spieghi anche questa cosa...) il computer gli ordina di fingersi un disertore, costringendolo (visto che gli porta letteralmente via gli ultimi anni di vita facendo per altro capire che non glieli renderà mai) a trovare questo fantomatico Santuario per poi distruggerlo. Da qui comincia l'avventura.

La fuga di Logan di Michael Anderson
USA, 1976
con Michael York, Jenny Agutter, Richard Jordan, Peter Ustinov e Farrah Fawcett

lunedì 28 gennaio 2013

un mondo maledetto fatto di bambole


Del Regista Michael Campus non so praticamente nulla, pochissime fonti, pochi film diretti (a quanto mi risulta) ma scarso impegno, da parte mia, nel fare una vera e propria ricerca.
Degli attori, invece, si può parlare parecchio. Oliver Reed cominciò appena ventenne e lungo la sua carriera di attore ebbe modo di partecipare a parecchie importanti (e/o belle) pellicole come Il mostro di Londra, L'implaccabile condanna, I diavoli, Tommy e Brood - La covata malefica. Ken Russel (Donne in amore, I diavoli, Tommy, Stati di allucinazione, Valentino, Gothic e altri), lo volle in molti suoi film e questo lo rese popolare. Il suo modo di recitare, molto (troppo) controllato, lo rese un perfetto interprete di un certo tipo di personaggi, come quello di Russ in questa pellicola.
Geraldine Chaplin, invece, è semplicemente la figlia (una di tanti, forse dieci) del leggendario Charlie Chaplin (un Dio del cinema che rende lei una semidea). Ma come se non bastasse, lei è pure molto, molto, brava. Esordì con il padre in Luci della ribalta e partecipò a film del calibro di Il dottor Zivago, I tre moschettieri (proprio con Oliver Reed), Nashville (di Altman) e L'età dell'innocenza (di Scorsese). La sua lunghissima carriera non si è, praticamente, mai interrotta. La sua ultima interpretazione è del 2012. Niente male.
Ma torniamo a questo film di genere fantascientifico made in England.
Z.P.G. (Zero Population Growth - Zero Crescita della popolazione) è uno strano film, a dire il vero. Tradotto in Italia con Un mondo maledetto fatto di bambole (intrigante!), rientra pienamente in quella categoria di titoli costruiti ad hoc in quegli anni. Non solo il titolo, ma anche la trama è perfettamente in linea con la fantascienza che veniva prodotta allora (citazioni orwelliane comprese). Insomma, fossimo stati dei ragazzi a metà degli anni '70, questo sarebbe esattamente il film che ci saremmo aspettati. Ma non è proprio così.
Sin dalle prime battute ci ritroviamo in un modo particolare e cupo. Una nazione altamente inquinata dallo smog e controllata da un governo totalitario. Tutto quel fumo, in realtà, non è altro che uno stratagemma per risparmiare sulla scenografia. A momenti non si vedono neppure i personaggi. Nonostante tutto è un effetto riuscito e contribuisce a rendere ancora più deprimente, un'atmosfera già cupa di suo.
La storia comincia con un diktat preciso e categorico: l'aumento della popolazione è a limite sopportazione. Sono bandite le gravidanze. Nessun essere umano può concepire più un bambino. I bambini nati prima di questa nuova legge, devono essere condotti in una sorta di ufficio anagrafico. Ogni trasgressione verrà punita con la morte di genitori e prole.
La città è assediata da particolari aeromobili in grado di muoversi lentamente al di sopra delle teste dei cittadini. Questi aeromobili fungono anche da altoparlanti da cui una voce snocciola dati statistici e ricorda i regolamenti. La stessa voce petulante è una costante durante tutto il film ed è presente all'interno di ogni struttura della città, tranne nelle abitazioni private, che tutto sommato restano luogo di sicura privacy. Privacy che viene a mancare nell'abitazione dei protagonisti nel momento in cui svolgono il loro lavoro di "attori" mettendo in scena, per la gioia dei visitatori, la vita quotidiana degli anni '70 a Londra. Tutto ciò che era la realtà di quegli anni era diventato oggetto di critica nel futuro raccontato nel film.
La storia, dunque, comincia all'interno di una sorta di centro commerciale dove una fila infinita di giovani coppie attendono il loro turno per acquistare un surrogato meccanico di bambino. Un bambolotto, insomma. Un bambolotto che dice: I love you, mommy. Un incubo. L'insoddisfazione e la frustrazione delle donne è palese, le leggi rigide non permettono nessun colpo di testa. I dottori, un po' medici generici e un po' psicologi spioni, hanno il loro bel da fare per tenere a bada la loro voglia di maternità, mentre gli uomini sembrano avulsi da ogni genere di emozione paterna. Emerge palese e, pare, accettato da tutti, lo scambio di coppia.
Il film viaggia lento, sviluppandosi lungo la quotidianità di Russ e Carol, spenti, monocorde e apatici. Per le strade tutti i personaggi si muovono come fossero degli zombie. I rapporti sociali, che non vengono minimamente intaccati dalla nuova legge, sono comunque ridotti al minimo. È come se l'assenza di bambini veri abbia ucciso la vitalità di tutte le persone e nonostante l'inquietudine dei personaggi (almeno quelli femminili) cresca in ogni momento, il ritmo del film pare non giovarne affatto.
A un tratto, però, il film prende quota, proprio nel momento in cui i protagonisti e i loro amici (un'altra coppia) sono costretti a interagire pesantemente facendo leva proprio su quei rapporti umani fino a quel momento relegati a puro optional. Gli animi si accendono e si esasperano. Tutto viene portato all'estremo e calpestato.
Uno strano film, insomma. Badget minimo ma ben utilizzato. Ottime le interpretazioni (se è quello che voleva il regista, quest'apatia, è perfettamente rappresentata), specialmente quelle femminili. La Chaplin è al di sopra di tutti. Bellissima e bravissima. Peccato per le bambole tenute un po' ai margini della storia.

Un mondo maledetto fatto di bambole di Michael Campus
Gran Bretagna, USA, 1972
con Oliver Reed, Geraldine Chaplin, Diane Cilento.

giovedì 10 gennaio 2013

batman, il cavaliere oscuro


"Perché Batman è l'eroe che Gotham merita, ma non quello di cui ha bisogno adesso. E quindi gli daremo la caccia. Perché lui può sopportarlo. Perché lui non è un eroe, è un guardiano silenzioso che vigila su Gotham, un Cavaliere Oscuro" (Gordon, Il Cavaliere Oscuro)

"Non penso proprio che il nostro Batman, la nostra Gotham, siano adatti a dei crossover. Mi viene in mente una delle prime cose che abbiamo chiarito quando iniziammo a mettere insieme la storia: è un mondo dove esistono i fumetti? I supereroi, qui, esistono già? Se pensate a Batman Begins e alla filosofia di questo personaggio che cerca di reinventarsi come simbolo - la nostra posizione, sebbene non fosse dichiarata nel film, era che i supereroi semplicemente non esistono" (Christopher Nolan)

Nonostante il personaggio sia nato negli anni trenta del ventesimo secolo, e nonostante la sua fama fosse già planetaria, il vero Batman, quello che riuscì a conquistarsi di diritto una posizione di assoluta originalità, rispetto a tutti gli altri eroi mascherati proposti dagli USA, emerse soltanto negli anni ottanta grazie a una serie di eventi editoriali del fumetto che da una parte incasinarono notevolmente la continuity di tutti i personaggi della DC Comics, ma dall'altra permisero di affidare il personaggio a Frank Miller (tra tutti, il fumetto Sin City e il film The spirit di Will Eisner, oltre ad aver scritto la prima sceneggiatura di RoboCop, poi rovinata dalla macchina Hollywood). Miller attua una vera e propria rivoluzione nel personaggio e nella sua filosofia, con Anno Uno e Il ritorno del Cavaliere Oscuro, riscrivendo nel primo le origini di Batman e definendo nel secondo la sua filosofia. Da qui in poi, l'uomo pipistrello sarà per tutti il Cavaliere Oscuro, un simbolo forte interpretato da un uomo in grado donare a tutti la convinzione che chiunque possa, anche compiendo piccoli gesti, diventare un eroe. La maschera, resta solo il simbolo.

Da questa grande rivoluzione nacque nel 1989 il Batman di Tim Burton, una favola nera, romantica e poetica, ambientata in un mondo cupo abitato da strani personaggi di pura fantasia. Bellissima favola, ma troppo lontana dalla realtà, come tutte le storie raccontate da Burton, d'altronde. E per di più venne rovinata anni dopo da Joel Schumacher con il suo ridicolo Batman Forever interpretato da un irritante Val Kilmer.

Dopo questo pessimo film, seguito dall'incredibile flop Batman & Robin (che da soli hanno oscurato i bellissimi Ragazzi perduti, Linea Mortale, Un giorno di ordinaria follia e il Cliente dello stesso regista), Schumacher non contento dei danni incredibili causati all'intera umanità, si ripropone anche per un sequel che fortunatamente non vedrà mai la luce, con un titolo che ha dell'incredibile: Batman Triumphant.

Ma Miller aveva seminato bene, e pian piano nascevano progetti legati al suo "oscuro eroe". Da più parti avanzavano proposte di progetti più o meno ispirati alla rivoluzione milleriana, compreso il solito Schumacher (ce l'ho con lui!) che propose di tradurre nel cinema l'Anno Uno del fumetto (chissà quale scempio!). Fortunatamente la DC e la Warner Bros, ancora sconvolti per la cocente sconfitta di Batman & Robin, optarono per un reboot totale della serie. Avevano talmente sbagliato che fu necessario riscrivere tutto dall'inizio. Ottima scelta.


Venne così scritturato Christopher Nolan (Memento, Inception, Insomnia, The prestige), regista di grande talento che aveva un'idea chiarissima sul lavoro che avrebbe voluto svolgere: voleva una storia più realistica.
Decise di rifarsi alle storie a fumetti che meglio avevano ricostruito la genesi del personaggio Batman e le lotte interiori dell'uomo Bruce Wayne. Decise di introdurre l'elemento paura dei pipistrelli che ancora non era stata presa in esame. Di centrare tutto il film sul tema "paura". Di giocare sul doppio ruolo Batman/Wayne. Di puntare tutto sul simbolismo e trasformarlo in una maschera a protezione delle persone care. Quindi decise di creare il personaggio Rachel Dawes (interpretata prima da Katie Holmes e poi da Maggie Gyllenhaal) e proporre i criminali che non erano ancora apparsi sul grande schermo, come Spaventapasseri e Ra's al Ghul, quest'ultimo mentore e maestro del giovane Bruce Wayne. Voleva un eroe più vicino ai Ninja, capace di confondersi con le ombre e di muovercisi veloce e silenzioso.
Nel 2005 esce, finalmente, Batman begins. Senza Robin, senza capacità da super eroe, se non quella di combattere corpo a corpo fino all'esaurimento delle proprie forze.


Il Cavaliere Oscuro era (ri)nato e ora Nolan doveva dargli spessore. Per aiutarlo gli si affiancò suo fratello Jonathan, sceneggiatore con cui collaborava di solito. Ancora una volta venne accantonata l'idea di inserire nella storia Robin e la strada da seguire era sempre quella di una trama più realistica.
Finalmente arriva Joker, annunciato non proprio velatamente nel primo capitolo, e la performance di Heath Ledger è di quelle che non si scorderanno tanto facilmente. In tutta onestà si parlò quasi negli stessi termini dell'interpretazione di Jack Nicholson nell'89 (per questo motivo pare che Nicholson non la prese bene quando Nolan non lo interpellò per questo film), ma quest'ultimo Joker è sicuramente superiore a quello visto nel Batman di Burton. Questo Joker sta a Batman, come Batman sta a Gotham. Se Batman è l'eroe che Gotham merita, il Joker creato da Nolan e interpretato da Ledger è la nemesi che Batman merita per diventare il Cavaliere Oscuro di cui Gotham ha bisogno. E' Joker, infatti, a sferrare l'attacco più concreto, a mostrarci tutte le nostre colpe e farci constatare quanto sia fragile il sistema che tiene in piedi il mondo. Ed è sempre Joker a creare Due Facce, altro super cattivo e super incazzato emerso nientemeno che dalla personalità, un tempo candida ma ormai violentata, del procuratore distrettuale Harvey Dent, interpretato dal credibilissimo Aaron Eckhart.
Nel 2008, dunque, esce Il Cavaliere Oscuro, e ci racconta di un Batman pronto a mentire e addossarsi colpe infamanti che in realtà non ha, pur di donarci un eroe di cui abbiamo realmente bisogno.


Tutto questo per arrivare a una conclusione logica, con un finale davvero molto bello.
Otto anni dopo gli avvenimenti che hanno coinvolto Joker e Harvey Dent, Batman è scomparso e la polizia lo considera un criminale pericolosissimo. James Gordon, divenuto ormai commissario, è l'unico a custodire la verità su Due Facce e su Batman, ma visto il risultato ottenuto dal decreto Dent (Gotham è ormai, almeno all'apparenza, una città priva di criminalità), decide di tacere. Dent si era trasformato in un criminale ma nessuno deve saperlo perché l'equilibrio conquistato possa continuare a esistere.
Ma il mondo non ha un equilibrio così netto e l'uomo, per natura, ha bisogno di caos. E' così che fa la sua apparizione Selina Kyle, la gatta ladra (che mai viene nominata Catwoman), una sorta di Robin Wood che prende ai ricchi per dare a se stessa e, al massimo, ai suoi protetti, interpretata da una brava e sexy Anne Hathaway. Sarà la bellissima gatta a risvegliare Bruce Wayne dall'apatia in cui sta lentamente marcendo. Il ricco playboy, ormai, è solo l'ombra di sé stesso. Le dure lotte in cui è stato coinvolto nei panni dell'uomo pipistrello, lo hanno ridotto a un involucro pieno di ammaccature e anche il suo spirito pare averne risentito. Tuttavia è pronto ancora una volta a difendere la propria città con ogni mezzo che ha a disposizione, quando capisce che dal passato è tornato un fantasma pericoloso. Un nemico immortale. L'erede di Ra's al Ghul. La setta delle Ombre.

Era praticamente impossibile raggiungere il livello del secondo capitolo e probabilmente questo non è avvenuto, ma la forza della trilogia di Nolan sta proprio nella sobrietà dell'opera, nel non tentare di esagerare e nel perseguire una strada e una sola, senza ripensamenti, dove l'unico vero eroe e Batman, senza comprimari mascherati, e dove lo stesso Batman spiega a più riprese che l'unica cosa che conta davvero è la maschera, il simbolo.

Come aveva promesso dunque, Robin non ha fatto la sua apparizione, perché questo Batman non ne ha bisogno, ma ha sapientemente preparato il terreno a una sua eventuale e futura comparsa. La stessa Catwoman, pur presente nell'ultimo capitolo, come già detto, non viene mai citata espressamente. Ora attendiamo gli Schumacher di turno e le loro brutture...

I tre film sono disponibili in DVD.

Batman Begins di Christopher Nolan
USA, 2005
con Christian Bale, Liam Neeson, Michael Caine, Katie Holmes, Gary Oldman, Morgan Freeman

Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan
USA, 2008
con Christian Bale, Heath Ledger, Aaron Eckhart, Michael Caine, Maggie Gyllenhaal, Gary Oldman, Morgan Freeman, Cillian Murphy

Il Cavaliere Oscuro - il ritorno di Christopher Nolan
USA, 2012
con Christian Bale, Anne Hathaway, Marion Cotillard, Joseph Gordon-Levitt, Tom Hardy, Michael Caine, Gary Oldman, Morgan Freeman, Cillian Murphy

sabato 29 dicembre 2012

qualcuno con cui correre


La mia ignoranza è immensa e mi fa brutti scherzi. Chissà cosa pensavo di trovarci, nel cinema israeliano. Ora lo so: è cinema, come nel resto del mondo e merita di essere visto.
Tratto dall'omonimo romanzo scritto da Grossman David, Qualcuno con cui correre è prima di tutto un romanzo coinvolgente di un autore che ormai viene letto e apprezzato in tutto il mondo.
Nel 2006, infine, è diventato un film per la regia di Oded Davidoff e interpretato dalla bella e giovane Bar Belfer, alla sua prima e unica prova. Subito dopo, infatti, è stata "costretta" a svolgere il servizio militare dove è rimasta coinvolta in un incidente stradale che l'ha quasi uccisa.
Grazie a un montaggio a doppia trama, vediamo contemporaneamente le vicissitudini di due adolescenti prima che s'incontrino.
Assaf  è un ragazzo che nel periodo estivo guadagna qualche soldo presso il Canile di Gerusalemme. Deve riportare Dinka, un bellissimo Labrador, alla sua padrona che lo ha smarrito. Lei è Tamar (Tamara, mi pare, nel doppiaggio italiano), un'artista di strada, una musicista e cantante dalla voce angelica, che sta cercando a sua volta un ragazzo, Shay, che è scomparso. Il doppio montaggio, dunque, ci mostra le vicende di Tamar e Dinka, alla ricerca di Shay, avvenute otto mesi prima, e quelle di Assaf e Dinka alla ricerca di Tamar, avvenute quando anche Tamar risulterà scomparsa.
Elemento comune, dunque, oltre la ricerca stessa, è la bellissima Dinka, cane affettuoso, intelligente che va sempre di corsa. Tutto il film è una lunga corsa contro il tempo, prima le cose si mettano male per davvero, prima che Pesach possa far del male anche a Tamar e prima che la polizia possa intervenire.

Qualcuno con cui correre di Oded Davidoff
Israele, 2006
con Bar Belfer, Yonatan Bar-Or, Yval Mendelson.

lunedì 17 dicembre 2012

stati di allucinazione


Questo film è tutto un casino, il regista è un pazzo testardo che ha voluto a tutti i costi snaturare il romanzo da cui è tratto, il finale è buttato li ma in compenso c'è Drew Barrymore.
Ecco, questo è quello che dicono di Stati di Allucinazione, in sintesi (faccio polemica).
Secondo me parla della ricerca dell'assoluto, della verità più grande, di Dio forse. Secondo me parla di chi cercando qualcosa di troppo grande finisce per capire l'amore. Si, parla di questo.
Lo scienziato John Lilly (1915-2001) pensa che ogni nostra convinzione sia solo un limite. Noi usiamo soltanto una piccola parte del nostro cervello che in realtà non ha limiti. Bisogna soltanto aprire la coscienza a questo concetto. Bisogna superare i limiti.
Negli anni '50 allora comincia certi studi che lo portano a inventare la vasca di deprivazione sensoriale dove lui stesso si immerge dopo aver assunto LSD e Ketamina. Lo scopo è quello di esplorare la coscienza umana, ma presto deve abbandonare gli studi perché troppo pericolosi.
Questi esperimenti sono d'ispirazione allo scrittore Paddy Chayefsky che scrive e pubblica il suo unico romanzo Stati di allucinazione nel 1978. Il romanzo non può non attirare l'attenzione di Hollywood, così la Columbia gli affida la sceneggiatura. Chayefsky ha le idee molto chiare su quello che deve raccontare il film e non ha intenzione di scendere a patti col regista e la produzione che alla fine lasciano il progetto. La Warner, subentrando, chiama a dirigere la pellicola Ken Russel (I diavoli, Tommy) che costringe lo sceneggiatore a mettersi quasi da parte tanto che alla fine Chayefsky si firmerà con lo pseudonimo Sidney Aaron.
Nel 1980 esce il film Stati di allucinazione dove il ricercatore Eddie (William Hurt) ricrea gli esperimenti fatti nella realtà da Lilly. Eddie è un uomo con una moglie e una bambina (la Berrymore) che praticamente da per scontate. Da piccolo perde suo padre e la fede. Lui vive per le sue ricerche, vive nella ricerca della verità più assoluta ed è disposto a mettere in pericolo se stesso, pur di farlo. Specialmente quando scopre, dopo aver partecipato a un rito in Messico, che certe sostanze contribuiscono a superare i limiti delle sue convinzioni. Assume farmaci pesanti e si immerge nella vasca di deprivazione sensoriale per escludere ogni elemento di distrazione ed esplorare la sua coscienza, per arrivare fino all'essenza di quella verità che forse è Dio, forse è l'amore. Prima le sue allucinazioni sono contaminate dal suo passato vissuto e dalla sua perdita della fede, ma pian piano tutto si dissolve fino ad arrivare al nocciolo della vita, ai primordi. Infine va oltre a tutto permettendo che le allucinazioni diventino reali e mettendo in pericolo non solo se stesso ma sua moglie. Ma questo non lo può permettere.

Stati di allucinazione di Ken Russel
Usa, 1980
con WIlliam Hurt, Blair Brown, Drew Berrymore

giovedì 29 novembre 2012

tutti defunti... tranne i morti


Nel 1976 firma il capolavoro assoluto La casa dalle finestre che ridono, un anno dopo, invece, questo. Quantomeno curioso, visto che si tratta di una parodia della parodia, proprio di quel genere che lo ha reso immortale nella memoria degli amanti del thriller all'italiana, in tutto il mondo.
Ancora più curioso è che Pupi Avati lo faccia con la stessa ghenga di sceneggiatori (Antonio Avati, Gianni Cavina, Maurizio Costanzo) e con quasi gli stessi attori. Premeditato, direi.
Mi fa una rabbia! Avrei voluto vedere Avati solo ed esclusivamente in quel genere, invece no. Lui spazia. Lui fa un po' di tutto. E non lo fa neppure male.
Tra l'altro cita tante di quelle cose, che ogni volta che vedo Tutti defunti... tranne i morti, me ne ritrovo davanti delle altre. Prima di tutto Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (portato sul grande schermo per la prima volta da Rene Clair nel 1945) e poi Invito a cena con delitto (ne parlerò, prima o poi), di Robert Moore che già era una parodia del genere. Senza contare che spesso ti sembra di vedere quei film con Alvaro Vitali (per quanto riguarda certe battute) o quelli con Stanlio e Ollio (per certe dinamiche) o addirittura quelli con Bombolo (per certi ceffoni). Forse ci ho visto anche Franco e Ciccio. Non so. La prossima volta controllo. Comunque.
Un film che di sicuro non ti saresti aspettato, e invece eccolo servito. Col delitto. Già.
Perché comunque si tratta di un giallo, c'è poco da dire. Un vero giallo ambientato in un castello dove il ricco proprietario muore e tutti i parenti (i quali ereditano il decadimento della nobiltà) arrivano per dargli sepoltura. Una famiglia grottesca, tra l'altro. A questi si aggiunge un fesso (Carlo Delle Piane visto in Guardie e Ladri con Totò, Un americano a Roma con Alberto Sordi e in tantissimi altri film) che vorrebbe semplicemente vender loro un libro e che si ritrova, suo malgrado, sedotto dalla bellissima Ilaria (Francesca Marciano), vittima di strani incidenti e di clamorose aggressioni, senza contare che tutto sembra partire proprio dal libro che lui sta cercando di vendere. Follia vera.
Come se non bastasse arriva un altro idiota (Gianni Cavina), l'investigatore privato che non capisce, ma non vuole essere aiutato perché lui è serio e ci vuole arrivare da solo. Infatti ha cominciato a fare questo lavoro da bambino. Siamo al completo.
Guardalo perché altrimenti sembra che ti stia prendendo in giro. Guardalo.

Tutti defunti... tranne i morti di Pupi Avati
Italia, 1977
con Carlo Delle Piane, Gianni Cavina, Francesca Marciano

venerdì 9 novembre 2012

zatoichi


Quest'anno, alla 69° mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia è stato presentato in concorso Outrage Beyond, sequel dell'ottimo Outrage del 2010, che io ho visto lo scorso anno. Bello davvero.
Ne è passata di acqua sotto i ponti, da quando ho conosciuto Kitano con Sonatine (film del 1993 che, ahimè, ho visto dieci anni più tardi).
Takeshi Kitano, il camaleonte, riesce sempre a cambiare pelle e facendolo arriva un po' da per tutto. Come per le sue capacità artistiche: regista, sceneggiatore, attore, montatore, scrittore, pittore, presentatore televisivo e autore televisivo.
Per gli amanti del regista appare quasi come una bestemmia, ma ti ricordi Mai dire Banzai? ecco, lo ha creato lui e lo presentava pure.
Ha fatto qualunque cosa e quasi tutti i generi cinematografici, arrivando addirittura a ripudiare una sua creatura, il comico Getting Any? (ne parla come di un suicidio per la carriera), ma poi, come al solito si è ripreso e lo ha fatto alla grande.
Si è trasformato anche dopo l'incidente in moto che lo ha costretto a una delicata ricostruzione facciale e nonostante tutto si è trasformato in meglio, visto che quell'espressione che ha assunto da allora è un marchio indelebile per i personaggi che interpreta. E altamente caratteristico è Zatoichi.
Dopo Sonatine, ho cominciato a cercare tutti i suoi film, fino a quando non ho incontrato chi, amandolo alla follia, aveva tutta l'opera completa.
Ho potuto constatare dunque, quanto sappia cambiare, Kitano. Ma, allo stesso tempo, quanto ami le basi solide. I tormentoni. I film sul genere Yakuza story, per esempio, l'ossessione per il mare e le tantissime scene girate in spiaggia (come mi fece notare qualcuno).
E poi, di punto in bianco, dopo averlo deriso in Getting Any?, riprende in mano Zatoichi, un personaggio televisivo giapponese e cambia ancora una volta. Il suo primo film in costume.
Da non confondersi con Ichi the killer di quell'altro genio Takashi Miike (ne parlerò sicuramente sia del film che di Miike e di altre pellicole), tratto dall'omonimo manga di Hideo Yamamoto, Zatoichi parla, invece, di un periodo storico molto importante, in Giappone, quello dei samurai e lo interpreta a modo suo, naturalmente. Altrimenti non sarebbe Kitano.
Nel 1989 Phillip Noyce (Ore 10: calma piatta, Giochi di potere, Sliver, Il collezionista di ossa) dirige Furia Cieca, direttamente ispirato alla serie televisiva, dove un uomo (Rutger Hauer) torna dal Vietnam e, completamente cieco, si rivela abilissimo nell'uso della spada.
Takeshi Kitano, invece, prende il mito e lo reinterpreta, ponendo in primo piano non tanto la vendetta in sé stessa, ma tutti i concetti base del genere Jidai-geki (quello dei samurai, insomma), che sono il vagare, l'onore, l'altruismo e la spada usata magistralmente quasi ed esclusivamente per difendere e mai per offendere. Ma lo fa a modo suo perché poi inserisce ritmi comici e scene che sanno di altri generi. Inserisce macchiette alla maniera di Cinecittà nel periodo d'oro, ma lo fa perché appartiene alla sua, di cultura, visto che Kitano ha cominciato proprio come cabarettista in un locale di spogliarelliste.
Zatoichi è un guerriero cieco (forse non lo è ma gli occhi non lo aiuterebbero a vedere meglio), ha la katana nascosta nel bastone e vive vagabondo tra il gioco d'azzardo e i massaggi. Arrivato in un piccolo paese incrocia la strada di due ragazze sopravvissute allo sterminio della propria famiglia.
Vederlo combattere è spettacolare, vederlo divertirsi è un piacere perché se lo merita.

Zatoichi di Takeshi Kitano
Giappone, 2003
con Takeshi Kitano 

giovedì 8 novembre 2012

radio punx


"Eh certo!", mi dirai, "fai una rece perché li conosci, quei due!".
Eh no, caro tu. A parte che non faccio mai rece, perché non ci riesco. Non sono un critico, conosco solo quello che conosco (davvero poco) e quindi non posso fare grandi paragoni. Parlo solo di cose che mi colpiscono e lo faccio a favore di quelli come me. Quelli come me sono persone che non badano molto alle vere recensioni, ma spesso seguono i consigli per gli acquisti fradici di sentimenti. Quelli fatti un po' così, ma con passione. Quale rece!
Comunque, io Radio Punx l'ho visto nascere e non me ne sono accorto. Non parlo del fatto che ho visto le bozze, no, parlo di... come dire...
Andrea impegnato a calcare i palchi col suo gruppo, i problemi di coppia e le sortite al cinema per non pensarci.
Tutte cose che ritrovo poi nel libro Radio Punx. E solo ora me ne accorgo. Ricollego tutto e sorrido.
Perché Radio Punx non è solo un fumetto che racconta una bella storia ambientata nei mesi tra i '70 e gli '80. Non racconta soltanto di quel periodo storico e culturale. Di quella musica live e di quelle radio libere. Radio Punx trasuda vita vera e lo fa con quel pudore di chi quella vita se la vive ogni giorno sulla pelle e poi la racconta. Con garbo e rabbia, perché le ferite son fresche e le gioie si ha paura che svaniscano in fretta. E Andrea, poi, la racconta bene perché è bravo, mica cavoletti. E ancora più bravo mi sembra quando penso a come scivola tra i generi e le chiavi tecniche. Dai romanzi per ragazzi (I rebels), a quelli per bambini (Geronimo Stilton), a Radio Punx, passando per altre cosucce che fa nei ritagli di tempo, sempre con impegno e cura. Mica facile. La sua passione è enorme e la sua voglia e tenacia ammirevoli. Questo è il risultato: Radio Punx!
Siamo a Milano e sono i mesi a cavallo tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80. Stefano parla dal microfono di Radio Punx e sulle note dei Gaznevada facciamo la conoscenza di Lonzo e Pico alle prese con il furto delle chitarre dei Pooh! Bellissima!
I ragazzi stanno mettendo su un gruppo ma i loro mezzi son davvero miseri, verranno aiutati da Raniero (bassista), Elisa (batterista) e Maria Memori della Memori dischi, ma ognuno ha i suoi modi. I suoi piani.
La vicenda si sviluppa e si complica sempre di più entrando in un tunnel da cui è impossibile uscire. E lo fa con un ritmo pazzesco che ti porta a leggere "quasiinapneacentopaginefinoallafine"!
E poi sollevi lo sguardo e ne vuoi ancora! Voglio il secondo volume, poche storie! Perché la storia è bella e i personaggi te li prendi a cuore tutti, nessuno escluso. Anche quelli stronzi, perché nessuno è del tutto cattivo o del tutto buono. Come nella realtà, insomma. Gli errori li commettiamo tutti, accidenti. Solo che alcuni riescono a fermarsi in tempo, o magari a pensarci due volte. Altri hanno soltanto culo, perché no. E comunque ognuno avrà quello che si merita, stanne pur certo.
I disegni sono del sempre più bravo Jean Claudio Vinci e penso proprio che il valore del libro sia da attribuire a entrambi in uguale percentuale. Anche perché i due ragazzi lavorano insieme da anni e l'affiatamento si vede eccome! E poi lo so, li vedo con i miei occhi tutti i giorni.

Vi consiglio di contattarli velocemente perché la tiratura è limitata e ne vale davvero la pena. A proposito, minacciateli: o disegno con dedica o niente acquisto! Verranno a patti, oh si che lo faranno!
Li trovate su facebook, e sul blog. Chi mi conosce, invece, può chiedere a me, farò da tramite molto volentieri.

Radio Punx di Andrea Pau e Jean Claudio Vinci
115 pp, 7,90 €
Sotto l'ala protettrice di Associazione Culturale Chine Vaganti


super pro: sulle strade di san francisco

Più di un anno fa, ormai, usciva una mia storia disegnata dalla bravissima Elena Grigoli, sul giornalino 44 gatti (Gaghi Editrice, Milano), la seconda dopo questa. Emmò te la mostro.
Peccato perché porta con sé una serie di problemi tutti ampiamente visibili. Il tempo scarseggiava, il soggetto era stato approvato da tempo, ma non sapevamo ancora quante tavole avesse dovuto avere (oscillavano dalle 6 alle 4). Alla fine sono arrivati i tagli drastici, l'editing frettoloso e non coordinato.
Peccato. Comunque ringrazio ancora una volta Daniele che mi ha permesso di usare il suo personaggio e senza particolari gabbie (l'unico vincolo era rappresentato dal fatto che la vicenda avrebbe dovuto svolgersi a San Francisco e lì ho pensato subito ad Altai & Jonson). E' sempre bello poter scrivere comunque in piena libertà e non è così normale che accada. Ora devo imparare a lavorare anche in condizioni precarie e in tempi ristrettissimi. A quanto pare non lo so fare!





martedì 6 novembre 2012

una questione d'onore


Un film dimenticato e passato quasi inosservato ai tempi dell'uscita nelle sale, perché il regista Luigi Zampa, ai tempi uno dei più importanti quasi al pari dei suoi colleghi neorealisti, aveva già diretto pellicole come Processo alla città, il poker sul fascismo Anni difficili, Anni facili, L'arte di arrangiarsi e Anni ruggenti. E commedie del calibro de Il medico della mutua e Bello, Onesto, Emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata.
Dimenticato e sottovalutato.
In realtà si tratta di un film ben scritto (a quattro mani), ben diretto e bene interpretato. Ugo Tognazzi
alle prese con la lingua sarda è uno spasso e una sorpresa.
Siamo in Sardegna, infatti, e sono gli anni sessanta. Un cartello, ancora prima dei titoli, ci avvisa che questo film vuole rendere giustizia all'isola, perché si fa presto a raccontare di cawboys dell'ovest America. Il Far West che si è sviluppato da queste parti non ha certo nulla da invidiare.
Beh, non me la sento di confermare questa tesi, ma... non sarò certo io a negarla.
Efisio Mulas (Tognazzi) lavora in una miniera di sale (l'inferno, si) e cerca di guadagnare il più possibile per riuscire a pagarsi la prostituta del paese che in realtà, a lui, pare proprio non voglia concedersi.
In realtà la back story è complessa (nel linguaggio degli sceneggiatori cinematografici è la vita di un personaggio fino al punto in cui lo vediamo effettivamente nel film). Il giovane Mulas è tutto sommato un bel ragazzo ambito dalle molte giovani del paese. La più bruttina, per farsi notare, gli spacca un oggetto sulla nuca, ferendolo gravemente. Al processo lei dice di essere stata disonorata, ma alla scoperta che lui in realtà non ha mai avuto rapporti sessuali, viene spedita in galera. Da qui tutta la questione di onore di cui il film è farcito.
Domenicangela Piras, la ragazza bruttina (la stupenda Nicoletta Machiavelli) non può accettare di essere stata rifiutata nonostante sia stata lei, a modo suo, a dichiararsi. I fratelli di lei non possono accettare una sorella disonorata e pretendono che lui la sposi. Lui non può accettare di essere ancora vergine e per questo deve porre rimedio quanto prima facendo ricorso alla prostituta che minacciata dai fratelli Piras non si concederà mai. E siamo all'inizio.
Efisio non demorde e svolge qualunque lavoro, pur di guadagnare soldi (e per la prostituta e per sua madre vedova, con la quale vive). Efisio è una persona onesta, ma gli eventi, come spesso capitava, lo portano a percorrere una strada tortuosa.
Domenicangela esce dal carcere profondamente mutata, nell'aspetto (ora è bellissima) e nell'atteggiamento (decide che Efisio non la merita e aspetterà che sia lui a farle la corte), ma alla fine Efisio, in modo rocambolesco, riesce a far breccia nel suo cuore. Ora deve soltanto chiedere la mano di lei a suo padre e potrà sposarla. Mica facile. Liberato Piras è un latitante che vive in Supramonte. Ma questo non è il vero problema. Arrivare in quei nascondigli, se i banditi permettessero, non sarebbe un grosso problema. Il problema è arrivarci, semmai. Vivo, preferibilmente. Ma lui viene accompagnato dai fratelli al completo. Il problema vero è convincere Liberato Piras di essere l'uomo giusto per Domenicangela, ecco cosa. Dimostrare di essere un uomo. E c'era soltanto un modo, in quegli anni, in quei luoghi, per dimostrarlo.
No, non esagerare. Nessun assassinio. Anche se...
Efisio deve rubare una pecora, tutto qua. Ma lui vuole dimostrare di essere un uomo con le palle e decide di rubarne due, tre, quattro. Cinque! A quei tempi, però, la questione dell'onore era una cosa seria e chi prima, chi dopo, coinvolgeva tutti.
In paese, nel mentre, una faida fra due famiglie, aveva da tempo sconfinato negli omicidi. Per farla semplice (ma non era affatto una cosa semplice né da ridere) funzionava così: Io uccido te che hai ucciso mio fratello (vedi le storie dei più famosi banditi sardi) e siamo pari. La tua famiglia, se non è d'accordo, può farmi ammazzare da un fratello e se io sono già morto o magari latitante ucciderà mio fratello o mio figlio e così via senza soluzione di continuità.
Ecco. Efisio, durante il furto, si ritrova proprio nel mezzo della faida e con alle spalle un cadavere (uno delle due famiglie in guerra) ucciso in realtà da qualcun altro esterno alle varie vicende. Cioè, chi avrebbe dovuto compiere il delitto non aveva nessuna intenzione di farlo, ma avendo già a disposizione un cadavere può dire alla propria famiglia (l'onore) di esserne il responsabile ma alla famiglia avversaria (la paura) di aver visto Efisio compiere l'assassinio. È un po' complicato, ma vedrai che te lo spiego.
Ignaro di tutto, Efisio, può finalmente sposarsi con la bella Domenicangela, ma un pezzetto del suo pantalone viene ritrovato dai Carabinieri (tutti originari di altre parti d'Italia, come di consueto, e per questo impossibilitati a muoversi nei modi più indicati. Spesso facevano ancor più danni, infatti) che lo arresta proprio nel momento in cui i due, finalmente, stanno per consumare...
A questo punto, la trama già ingarbugliata, si complica di brutto. E torna, come un'ossessione, la questione dell'onore: meglio passare per un assassino e continuare a star lontano dalla propria moglie o lasciar credere di essere cornuto?
Il finale è quanto di più grottesco e drammatico visto in una commedia. Tognazzi chiude con una prova d'attore maiuscola e gli sceneggiatori dimostrano grande sensibilità cercando di non prendere superficiali posizioni su un argomento complesso e serio come questo, riferito a quel preciso periodo storico.
Musiche dell'argentino Luis Bacalov (Il Vangelo secondo Matteo, Django, Milano calibro 9, Il postino), uno dei compositori più amati da Tarantino, ed eseguite da Bruno Nicolai (I giorni della Violenza, Il pelo nel mondo, Kiss Kiss... Bang Bang, Conte Dracula, La notte che Evelyn uscì dalla tomba e tanti altri capolavori).

Una questione d'onore di Luigi Zampa
Italia, Francia 1965
con Ugo Tognazzi, Nicoletta Machiavelli

le storie della mia incredibile vita #1


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Le storie della mia incredibile vita (racconto)




Quando nacqui centrocampista

Nel 1974
Richard Nixon rifiutò di collaborare con il comitato d'indagine del Senato sullo Scandalo Watergate.
La serie Happy Days debuttò sulla ABC.
In Italia si diffuse il timore di un golpe dopo che il ministro della Difesa comandò lo stato d'allarme attivo per tutte le caserme del Paese.
Iniziò il processo per la strage di Piazza Fontana.
Nixon, alla fine, ebbe il buon gusto di dimettersi.
Venne scoperta Leda, una luna di Giove.
Iniziarono le trasmissioni di Telemilano di proprietà di Silvio Berlusconi.
La Fiat mise in cassa integrazione 65.000 operai.
Si svolse il primo convegno nazionale dei gruppi femministi.
Nacque ufficialmente la cultura Hip Hop.
Naque il IV governo Moro.
Tiziano Sclavi pubblicò Film, il suo primo vero romanzo.
Ancora, uscirono questi film:
Frankenstein Junior, Non aprite quella porta, Femmine in gabbia, Gola Profonda, La conversazione, Il fantasma del palcoscenico, Cani arrabbiati, Monty Python, Il giustiziere della notte, Baby killer, La leggenda dei sette vampiri d'oro, Voglio la testa di Garcia, L'uomo terminale, Diario segreto da un carcere femminile, Spasmo, Cinque donne per l'assassino, Lady snowblood 2.
Agli Oscar, invece, prevalsero questi film:
La stangata, L'esorcista, American Graffiti, Ultimo tango a Parigi, L'ultima corvè, Serpico, Effetto notte, Fratello sole sorella luna, Ludwig, Jesus Christ superstar.
Nello stesso anno vennero alla luce queste persone:
Tiffani Thiessen, Christian Bale, Robbie Williams, Sebastien Loeb, Romina Mondello, Eva Mendes, Laura Pausini, Damiano Tommasi, Leonardo DiCaprio, Alessandro Del Piero, Giovanna Mezzogiorno, Enrico Brizzi e infine, io.

Tutto ciò per ricordarti che questa storia si svolse in un periodo ben preciso e accertato. Non importa se ti potrà sembrare bizzarro, è il racconto della mia nascita ed è esattamente quello che accadde.
A quei tempi mio padre aveva appena 23 anni e mia madre due di meno. Due ragazzini che si prendevano cura già di una splendida bambina che in realtà non avrebbero dovuto avere, mentre un'altra la restituirono perché volevano un maschietto. Non mi sembri convinto. Bene, devo spiegarti tutto dall'inizio, allora.
Devi sapere che gli umani, prima di essere affidati alle loro famiglie, si trovano nelle isole di Bora Bora dove vengono selezionati. Non tutti, infatti, sono destinati alla nascita. È solo una questione attitudinale. Gli altri, semplicemente, diventano angeli. Tutto qui.
Capita, però, che a volte vengano commessi errori di valutazione e qualche angelo finisca tra gli umani. Niente di grave, comunque. Quando se ne accorgono, dall'isola, mandano un corriere fino a casa tua che esegue lo scambio con tante scuse dall'amministrazione. Beh, dai miei genitori non è mai arrivato nessun corriere. Mia sorella maggiore è un angelo ma nessuno se l'è venuta mai a prendere perché i miei hanno sempre tenuto un profilo basso proprio per non mettersi in mostra. Per restare anonimi e tenere la bambina che, nonostante tutto, era bellissima.
Ti chiederai qual'è la differenza tra un angelo e un umano. Gli angeli che per svariati motivi vivono tra noi, presentano alcune differenze sostanziali rispetto agli altri. Hanno qualche problema, insomma. Alcuni li chiamano genericamente malati. Oggi si usa il più politically correct, diversamente abili. E in effetti, loro, senza possibilità di scelta, hanno un'interpretazione della vita del tutto personale.
Sta di fatto che i miei genitori la tennero nascosta con la speranza che un giorno potesse perdere le qualità di angelo, ma anche se in qualche rara eccezione questo avviene, con lei non accadde mai.
Due anni dopo, quindi, nacque un'altra bambina e nonostante fossero molto felici decisero di permutarla. Questa, allora, era un'operazione poco conosciuta mentre oggi invece è molto in voga. Infatti c'erano famiglie numerosissime, composte anche da dieci, dodici, quindici persone.
I miei, dopo aver accolto con favore la bambina angelo, volevano fortemente un maschietto. Siccome avevano fatto la scelta della povertà, non avevano la capacità finanziaria di accudire più di due figli e per questo permutarono la seconda bambina. Ora, i bambini permutati diventano immediatamente angeli e così accadde a lei. Ma la famiglia che fa la permuta deve attendere che l'angelo s'innamori di un umano, prima di poter avere in cambio il bambino desiderato, e questa è una cosa rara. Sono pochi, infatti, gli angeli che s'innamorano, perché grazie alla loro condizione super partes riescono da subito a venire a conoscenza di tutti i nostri difetti e questo, per un essere  perfetto come un angelo, è inaccettabile.
Per una incredibile casualità, però, accadde che lei s'innamorasse ancora prima di accorgersene e questo diede il via a una catena di eventi che poi segnò per sempre la mia vita.
A quei tempi vivevo nelle isole di Bora Bora e come tanti ero in attesa di valutazione. Al primo esame mi fecero rivedibile perché a parer loro la mia era un'attitudine ancora in fase di sviluppo. Io sono sempre stato in ritardo su tutto. Comunque.
Nel test della farfalla (cioè quello in cui viene messa della tempera su un foglio di carta che poi viene piegato schiacciando il colore e ottenendo delle figure di farfalle) io ci vidi della tempera schiacciata. Nel test di Rorschach (quello in cui devi interpretare delle macchie solitamente nere) ci vidi delle macchie nere. Mentre nel test delle interpretazioni umane (quello in cui devi interpretare una persona mai vista osservandola per alcuni minuti) ci vidi una farfalla. Me lo fecero ripetere perché, mi dissero, avrei dovuto interpretarne il carattere, ma io ci vidi una dolce farfalla. Fui rimandato alla prossima valutazione.
Trascorsi molto tempo, a Bora Bora, e conobbi tanti bambini molti dei quali vennero affidati alle famiglie (perdendo così coscienza di quel periodo) e pochissimi divennero angeli in attesa di capire se si sarebbero mai innamorati di un umano per diventare poi il loro angelo custode.
Tra quei bambini c'era anche lei e trascorremmo insieme tanto di quel tempo che mi sembrò un'eternità. Era bellissima e a mio parere nessuno più di lei poteva essere un angelo. Ma poi venne assegnata a quella famiglia (allora non sapevo che sarebbe stata la mia) e quasi arrivai a odiare l'intera razza umana.
Per questo motivo venni convocato d'urgenza in amministrazione: solo un angelo era capace di tanto odio nei confronti degli umani, così stavano decidendo di conseguenza, ma io che a quel punto volevo assolutamente incontrare di nuovo quella splendida creatura decisi di imbrogliare sui test. Mi ritennero idoneo alla nascita e ancora una volta il caso ci si mise di mezzo. Divenni il bambino dello scambio.
Mi sistemarono nel tapis roulant e mi trasportarono nella sezione trasporti, in attesa che il corriere tornasse con la bambina permutata. Alla fine salii nell'ultimo tapis roulant per essere caricato sul vagone nascite e fu allora che la vidi. Lei tornava indietro e mi guardava sconvolta perché quando vieni permutato, poi, la memoria ritorna violenta a riempire gli spazi lasciati vuoti. Io, invece, cominciavo a dimenticare perché la vita, disonesta, stava iniziando.

Si, hai ragione. Questa storia non spiega perché nacqui centrocampista, ma non avevo nessuna intenzione di farlo. Prima o poi, forse, lo farò. Ma anche no, chissà.

domenica 4 novembre 2012

spasmo


Nel 1974, il grande Umberto Lenzi, firma Spasmo, un film definito a volte di genere drammatico, a volte giallo o noir. In effetti è un po' tutto questo. Se vuoi ha pure delle sfumature horror, come di consuetudine per quel genere di film che uscirono in quel periodo.
Christian, il personaggio principale, si ritrova a inseguire una misteriosa ragazza che lo catapulta all'interno di una situazione incomprensibile. Viene aggredito a più riprese, così che lui pensa sia il fratello, a volerlo morto. Da piccoli, i due, hanno perso entrambi i genitori in modo terrificante. Fritz, il fratello, scopre che entrambi sono affetti dalla stessa malattia mentale di cui soffriva il loro padre. Il finale svela tutto.
Non il miglior film di Lenzi, ma si lascia guardare senza nessuna difficoltà. L'idea migliore sono le bambole disseminate a manciate, qua e là, lungo tutto il film, delle quali soltanto nell'ultima scena, il regista, ci spiegherà qualcosa.
Un film che si sviluppa con suspance crescente, senza picchi veri e propri ma molto godibile.
Sei anni dopo, un venticinquenne di nome William Lustig, aiutato agli effetti speciali da Tom Savini, firma Maniac, sceneggiato e interpretato da Joe Spinell.


L'idea di base è quasi la stessa. Lustig riprende i manichini, la follia del protagonista, ma toglie tutta la suspance. Non ne ha bisogno. Sta nascendo lo splatter/slasher, infatti (nello stesso anno esce anche Venerdì 13), ma questo è un altro discorso.

Spasmo di Umberto Lenzi
Italia 1974
con Robert Hoffmann, Suzy Kendall, Ivan Rassimov