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lunedì 18 ottobre 2010

il collezionista #9

Una ventiquattrore in pelle nera:

Ho imparato che non puoi fare nulla per cambiare le persone se non sono loro a volerlo. Ognuno di noi ha una vita a disposizione per farlo ma questo non significa granché se non impari a capire qual'è il tuo tempo e il tuo spazio in questo tempo.
Ho imparato che alla fine dei conti siamo tutti nella stessa barca e che è difficile imparare a remare nella stessa direzione.
Sono troppe le distrazioni per individuare i veri problemi e si finisce sempre di voler risolvere i più inutili.
È questo che posso lasciarti, nulla di più, perché non sono la persona giusta per raccogliere altri oggetti. Nessuno dovrebbe accollarsi questa responsabilità.

Quando l'omino bussò alla mia porta avevo la mia vita, il mio credo, le mie preoccupazioni e tanto mi bastava.   Lui ha cominciato questa collezione per hobby, nessuno lo aveva spinto a farlo. Gli piaceva semplicemente conservare cose che in qualunque altro modo sarebbe impossibile, o quasi, mettere da parte. Poi, mi disse, incontrò un vecchio e in quel momento capì. Mentre il vecchio moriva, lui capì che non c'è nulla di meglio che vivere e aspettare che qualcosa accada.
Non ne aveva più bisogno, di questa ventiquattrore. Non aveva più bisogno di raccogliere esperienze altrui. Oggetti appartenuti a strane storie.
Fu così che scelse una porta a caso e si presentò a me.
Io non voglio lasciarti nessuna responsabilità oggettiva. Io ti lascio la valigetta. Decidi tu cosa farne.

Tutto quello che accade nel mondo non è perfettamente casuale ma il risultato di lunghissime operazioni. È come dire che in una somma algebrica a un certo punto inseriamo "-1" in luogo di "+1". Il risultato cambia e come. Ma se continuiamo a inserire numeri con il segno negativo, poi, non dobbiamo stupirci del risultato.
I segnali che il risultato sarà comunque negativo sono attorno a noi. Sono nell'aria. Sono dentro di noi. Nella nostra rabbia e in tutto quello che pensiamo e facciamo.
Non sto dicendo che il futuro è già scritto, non fraintendermi. Ognuno è padrone del proprio destino e quindi del destino collettivo.

Sei libero di vuotarne il contenuto e di buttarlo via. Di riempirla di altri oggetti o di continuare questa collezione. Quella che ti lascio è una semplice ventiquattrore in pelle nera.

Fine.

domenica 17 ottobre 2010

il collezionista #8

Una leggenda metropolitana:

Se ne parla tanto, in questi ultimi tempi.
È una storia che si sta diffondendo sempre più nei luoghi in cui sono nato. Una leggenda, nient'altro, ma forse come tutte le leggende ha radici in un fatto reale.
Esiste un bar, dalle mie parti. Un piccolo bar, per dirla tutta, posto a un lato di un grande parcheggio di un'ospedale. Questo parcheggio, la notte, è preso d'assedio dai giovani innamorati che cercano un poco di intimità.
Si narra di una ragazza che attendeva di incontrare un suo amico proprio in quel bar e forse il fatto che avessero li, il loro appuntamento, era significativo per la vera natura del rapporto. Pare che i due fossero innamorati l'una dell'altro ma che, come spesso accade, non riuscissero a esprimerlo. Lo aspettò tanto, la ragazza. Rimase li per delle ore, a consumare frappè alla banana, ma del ragazzo neanche l'ombra. Immaginò di vederlo arrivare, poi, sentì perfino un tuffo al cuore nel vederlo. Immaginò di sfotterlo, di ridere e di perdersi nei suoi occhi. Immaginò di essere felice, quel giorno.
Se ne andò verso sera, quando le luci dei lampioni prendono il posto del sole. Se ne andò guardando quei giovani innamorati che arrivavano a frotte a scambiarsi effusioni d'amore. Se ne andò ma ritornò il giorno dopo con la speranza d'incontrarlo e la convinzione che sarebbe stata la volta buona per dirgli cosa provava per lui. Il ragazzo non arrivò mai perché morì in un incidente stradale proprio mentre raggiungeva la ragazza in quel bar.
Lei non volle credere alla sua morte. Non andò ai funerali ma ritornò nel bar, a bere il suo frappè, aspettando quel ragazzo che non sarebbe mai arrivato.
Si dice che lei non abbia nessuna intenzione di desistere e a chi le fa notare che ormai è troppo tardi lei non risponde nemmeno. Si siede al tavolino e attende con pazienza.
Se ne parla tanto, in questi ultimi tempi. Si dicono tante cose, di lei, come di una donna pazza e instabile. Una donna che se esistesse la formula della vita eterna non esiterebbe certo a sperimentarla per continuare ad aspettare eternamente l'uomo a cui mai, fino a quel momento, aveva dato una speranza.

venerdì 15 ottobre 2010

il collezionista #7.9

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...Continua da #7.8
Capitolo 9
Il suo nome è Nero, figlio di Joe, un Bracco Italiano, e una bastardina senza nome della zona.
Sua madre è ormai morta da qualche tempo. Suo padre Joe, invece, non lo vede da anni, lo ha lasciato che custodiva un portone il quale, dicono, chiuda un varco dimensionale.
Come per suo padre Joe, sono stati i ragazzi della zona ad appioppargli questo nome. Nero.
Il cucciolo si ritrovò nelle campagne, dopo la morte di sua madre, e pian piano rientrò nel paese che gli diede i natali. Divenne subito la mascotte del luogo e sebbene fosse sempre ben visto dai ragazzi nessuno se lo portò mai a casa per dargli un tetto.
Durante il suo peregrinare, un giorno, si era ritrovato ancora una volta nelle campagne, e quel giorno la sua vita era cambiata. Si era reso conto che nonostante tutto, non c'era nessuno al mondo che poteva dargli ciò di cui aveva bisogno e neanche lui, in realtà aveva mai capito quali fossero i suoi bisogni reali.
Nero era fatto così, pieno di contraddizioni e senza vere radici. Si sentiva cittadino del mondo ma non era mai andato oltre le campagne. Soffriva di solitudine ma non riusciva a resistere in luoghi affollati. Nero era particolare, prendere o lasciare. Nessuno se lo prendeva, infatti. Non ne era soddisfatto.
E' con questo stato d'animo che si era ritrovato ad attraversare la strada proprio mentre arrivava la Renault gialla.
La sua insoddisfazione crescerà esponenzialmente. Sebbene sia un cane, svilupperà emozioni particolari che lo porteranno a vivere con un peso addosso insostenibile.
Conoscerà un giovane scrittore. Ormai adulto, Nero, si lascerà avvicinare solo da lui. Finché un giorno d'inverno si butterà sotto le ruote della sua auto. Nessuno si accorgerà della sua scomparsa. Nero, semplicemente, non esisterà più.
Il giovane scrittore dedicherà a quel cane un libro di poesie che non comprerà nessuno.
Comincerà a scrivere un romanzo, allora, con l'intento non troppo velato di raccontare il grande gioco della vita. Si accorgerà presto che le sue storie grottesche saranno superate di gran lunga da una realtà ogni giorno più incredibile. Smetterà dunque di scrivere e comincerà a guardare il telegiornale, di professione.
Il suo romanzo incompiuto comincerà così:
Capitolo 1
-Sei! Sei morti... anzi, per il momento cinque...-
Uno era un ragazzo sui venticinque anni che era uscito di casa sbattendo la porta dopo un violento litigio con la propria madre.
-Guarda che io ti ho permesso di andare a quella stupida festa in terza liceo!-
-Come al solito non ti ricordi un cazzo! Non ci andai, invece. Mi avevi punito, stronza!-
Si chiamava Alex, aveva dimenticato quell'episodio, ma sua madre aveva questo talento e nei momenti più improbabili andava a ricordare in modo approssimativo e parziale avvenimenti inutili del passato. E' per questo che decise di ucciderla. Per questo o qualunque altro motivo.
Un'altra era Lili e per uno strano caso del destino si trovava nella stessa auto di Alex, nel momento dell'impatto al Guard rail.
Alex, dopo aver assassinato sua madre, andò a casa di Lili e, insieme, si sarebbero recati al parcheggio dei fidanzati a bordo della Renault gialla, ma come sappiamo non ci sono mai arrivati.
La seconda auto coinvolta nell'incidente era una Nissan guidata da un vecchio che nonostante tutto non aveva mai smesso di amare sua moglie.

mercoledì 13 ottobre 2010

il collezionista #7.8

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...Continua da #7.7
Abe, cieco dalla nascita ma con tanta voglia di vivere, sarà per sempre riconoscente e permetterà a Bruno di morire felice. Ma prima Abe diventerà un luminare, nella scienza, compiendo studi di incredibile importanza che permetteranno all'umanità, a partire dal ventiduesimo secolo, di compiere scelte migliori per vivere vite più felici.
Ogni persona potrà calcolare, infatti, con una percentuale d'errore massima del 10%, le conseguenze delle proprie scelte. Ci vorrà moltissimo tempo, comunque, prima che gli esseri umani imparino a usare questo strumento e nonostante tutto, il pianeta terra, verrà distrutto il 13/04/5711.
Il luminare spinto dall'amore verso suo padre che vedrà invecchiare velocemente e per via della sclerosi multipla che affliggerà sua madre scoprirà un giorno la formula della vita eterna. I suoi genitori, tuttavia, rifiuteranno la sperimentazione perché dalla vita avranno già avuto tutto quello che hanno sempre desiderato. I due moriranno nello stesso momento, sdraiati nel loro letto matrimoniale e mano nella mano, accuditi dal loro amorevole figlio.
Dopo aver capito che la sua scoperta non avrebbe comunque portato a nulla di buono, Abe, se ne sbarazzerà lasciandosi morire di vecchiaia, qualche anno dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la scienza, emulando quello che considera il miglior padre possibile.
Paolo posa il bicchiere e già pensa di chiedere un altro J&B. Guarda Francesca che ora fuma una Capri e gli viene una gran voglia di sputarle in faccia tutto il suo amore, ma come al solito è un male passeggero.
Francesca lo guarda per un attimo, con quello sguardo che sembra stia per dirgli tutto. Paolo attende a bocca aperta, perché quasi ci crede, invece Francesca dice:
-Non mi vuole nessuno!-, facendo il broncio come una bambina.
-Non è vero, e lo sai bene. Anzi, ti dico che tu ti approfitti di tutti gli uomini che ti circondano. Sempre li a fare la sconsolata, l'indifesa... Non mi serve una donna così ed è pieno il mondo. Questa debolezza ostentata danneggia i rapporti.-
-Ehi, stai calmino. Ricordati una cosa: se c'è una che non ha bisogno di nessuno, se c'è una che non ha bisogno di essere difesa, se c'è una persona forte, qua dentro, quella sono io. Ricordalo. Tu sei un uomo!-

lunedì 11 ottobre 2010

il collezionista #7.7

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...Continua da #7.6
Capitolo 8
Francesca beve qualcosa di biancastro e denso. Paolo sa benissimo che si tratta di un frappè alla banana, ma a guardarla ha comunque un senso di disgusto.
Lei aveva una relazione con un ragazzo di nome Bruno. Una storia d'amore finita per sfinimento. Una di quelle in cui alla fine è difficile dire i perché e i percome.
Bruno aveva la mania del Martini rosso. Lo beveva in ogni momento, a qualunque ora, versandolo nei brillanti bicchieri di cristallo.
S'incontrarono da adolescenti a casa di un'amica che avevano in comune. Lui era il suo fidanzatino, ma dopo il gioco della bottiglia baciò Francesca per la prima volta.
Erano tanti i ragazzini che parteciparono al gioco della bottiglia, quella sera. Qualcuno, oggi, è già morto e gli altri vi basti sapere che comunque moriranno anche loro, prima o poi.
Francesca e Bruno cominciarono dunque una relazione che durò fino alla maggiore età e oltre. Fino a che lei, un giorno, senza troppi giri di parole, lo liquidò. Lo lasciò in un periodo molto confuso in cui in città accaddero episodi strani e molto violenti.
Anche Bruno, venne coinvolto in uno di questi episodi. Ora sta scontando la sua pena in carcere, anche se ancora non capisce quale sia stata la propria colpa. E' stato accusato di matricidio ma lui continua a negare l'accaduto.
Uscirà di galera un giorno d'autunno e ad attenderlo ci sarà Francesca.
-Ciao, Bruno-, gli dirà.
Bruno avrà uno sguardo assente, una sigaretta in bocca e una bottiglia di Martini rosso sottobraccio. Saranno ormai finiti i tempi in cui versava il suo Martini rosso nei bicchieri di cristallo e quasi per sottolinearlo aprirà la bottiglia e berrà da lì.
Avrà la barba lunga di una settimana e gli anni trascorsi in carcere si aggiungeranno ai suoi come un bonus. Come vissuti da qualcun altro e poi sommati ai suoi.
-Perché sei venuta?-
-Pensavo che ti facesse piacere vedermi. Non... non cambia nulla su... sul nostro rapporto. Ma ho pensato che...-, verrà interrotta dalla risata di Bruno.
-E' strano, sai? Non ho pensato che volessi tornare con me. Non ora. L'ho sognato tanto, in tutti questi anni. Non avevo nient'altro a cui pensare perché ho dato a te tutta la mia giovinezza e quando sono entrato in galera non avevo punti di riferimento. Eri tu il mio mondo. Io vivevo attorno a te. Le mia vita era costruita attorno alla tua. Bruno esisteva perché tu esistevi.-
-Non potevamo andare avanti, Bruno.-
-Non sei cambiata affatto, sai? Io invece...-, gli verranno le lacrime agli occhi e non avrà nessuna vergogna di farsi vedere da lei, -io sono un altro uomo. Sai cosa ho fatto in tutto questo tempo? Ho pensato. E sai cosa? Sono arrivato a tutte le conclusioni possibili di ogni possibile problema.-
-Mi dispiace...-
-Ho concluso che non ti ucciderò. Che prenderò per il culo i ciccioni, gli storpi e ogni genere di differenza che noterò nelle persone. Scoperò come un maiale usando il profilattico sopratutto con mia moglie. Infatti mi sposerò e adotterò una miriade di bastardi per farli crescere nel lusso. Li farò diventare dei gran figli di puttana. Si, farò questo. Grazie per quello che mi hai insegnato, Francesca.-
Andrà via senza salutarla. Francesca non capirà neanche questa volta. Vivrà la sua vita allontanando l'amore e lasciandosi coinvolgere da false storie. Se non fosse diventata eterna, a un certo punto, sarebbe morta lo stesso giorno in cui morirà Bruno, ma al contrario di Bruno, lei, sarebbe morta in solitudine. Nessuno avrebbe pianto per la sua morte. Vivrà, invece, in solitudine; inseguendo un amore inesistente.
Bruno, ormai sessantenne, incontrerà una donna che l'amerà fino alla fine dei suoi giorni. Non seguirà nessuno dei suoi propositi ma non potendo concepire più per via dell'età, adotterà davvero un bambino e lo chiamerà Abe, in memoria di sua madre, conosciuta da tutti come Signora Abelardi.
Abe, cieco dalla nascita ma con tanta voglia di vivere...

domenica 10 ottobre 2010

il collezionista #7.6

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...Continua da #7.5
Capitolo 7
-Avverti in caserma che siamo sul posto.-
-Agli ordini marescià!-
-Appodia, fallo e basta! Io scendo a dare il primo soccorso.-
-Ehm... Brigadiere?... Siamo arrivati, si... Sette! Sette morti. Anzi, per il momento sei. E' un bel casino, quattro macchine! No, brigadiere, ancora non conosco la dinamica... No, no, ancora nessuna ambulanza. Ma... è stata avvertita?... Sarà, ma qui c'è solo l'omino che ci ha chiamati...-

-Maresciallo Pisu. Ci ha chiamati lei?-
-Si, io. Erano già... morti tutti. Beh, tranne lui. Spero di essere stato il primo a passare, perché sarebbe grave sapere che qualcuno... che non si sia fermato nessuno, insomma.-
-Bof! Non sarebbe la prima volta. Comunque, vedo che li ha estratti tutti dalle auto. Non avrebbe dovuto, sa'?
-Capisco... ma pensavo che ormai da morti... comunque quello della Renault bianca è rimasto dentro.-
-Vedo, vedo. Ma quello probabilmente non riusciranno a toglierlo intero neanche i Vigili del fuoco! A proposito, l'ambulanza?-
-Voi siete i primi, e ce ne avete impiegato di tempo...-
-Beh, ci ha chiamati mezz'ora fa, ci lasci arrivare, no?-
-Si, si, non volevo... Comunque non ho potuto far nulla neanche per il vecchio, se non farlo parlare per incoraggiare me stesso e per saperlo vivo. Non so se ho fatto bene.-
-Bof! A quanto ne so, parlare, non ha mai ucciso nessuno! E mi dica, ha parlato?-
-Maresciallo è da mezz'ora che farnetica! Ha raccontato la vita di una marea di gente. Penso... penso che abbia raccontato anche... la vita di questi poveretti morti!-
-Mmm... e di me? Ha detto nulla di me? Senta, lei è stanco. La ringrazio per quello che ha fatto. Ora vada dall'Appuntato e dia le sue generalità. Fra poco potrà andare a casa...-

-Buonasera, signore, mi sente? Sono il Maresciallo Pisu. Sa dirmi il suo nome?-
-Non lo ricordo, Maresciallo... Giulia, la sua compagna, grazie a lei sarà una donna felice. La sua storia è ancora tutta da scrivere, Romeo. Non si arrenda mai.-
-Conosco una signora Giulia ma... non è la mia compagna. E poi come fa a conoscere il mio nome? Non lo conosce nessuno da queste parti!-
-L'omino raggiunge il buon Appodia, il fido Appuntato del Maresciallo Pisu. Gli verrà chiesto di raccontare la dinamica dell'incidente ma non potrà farlo. Nessuno sa come sia andata veramente. Nessuno conosce tutti i dettagli. Il cane che taglia la strada alla Renault gialla che esce fuori strada; La Nissan che gli andava dietro e che scansandola ha invaso la corsia andando contro una vecchia Fiat che veniva nel senso opposto; La Renault bianca dietro la vecchia Fiat, che ha completato l'opera. Ognuno di loro conosce solo il pezzetto della propria morte. Nessuno conosce tutto il disegno. Nessuno tranne il cane... Quel povero cucciolo dalla vita difficile. La prego, dica a mia moglie...-
-Qualunque cosa, a patto che parli!-
-Le dica che non ho mai smesso di amarla. Che nonostante tutto ancora la amo. E' pur sempre una zoccola, ma non smetterò di amarla.-
-Non si preoccupi, glielo potrà dire di persona, questo.-
-Sto morendo. Sento freddo. I miei occhi... non ci vedo più.-
-Su, su, non faccia così...-
-L'omino era un collezionista. A dire il vero, uno strano collezionista. Per tutta la vita aveva conservato gelosamente insegnamenti. Non spiegazioni. Non resoconti o parabole. Neanche metafore. Collezionava cose, stralci di storie vissute, sogni e pensieri in fiala. Veri insegnamenti. E non importava se questi erano frutto di situazioni dolorose. La saggezza è il risultato di una faticosa equazione...-
-Bof! Mi sta spaventando, lo sa?-
-Uno di loro non si era accorto di nulla. Aveva continuato a vivere e così a influenzare, con la propria presenza, il corso degli eventi.-

venerdì 8 ottobre 2010

il collezionista #7.5

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...Continua da #7.4
Capitolo 6
Stefano, ormai scrittore e poeta affermato, sarebbe andato a far visita ai carcerati della sua città.
Sarebbe stato un uomo di grande cultura e saggezza e proprio per questo motivo molto apprezzato da tutta la comunità. Di quella giornata Stefano avrebbe ricordato in particolare l'incontro con tre detenuti:
Il primo sarebbe stato un uomo a cui avrebbe raccontato di quel giorno imprecisato di un anno confuso ormai nel tempo e con il pene eretto tra le mani, quando confessò di avere un dubbio. L'avrebbe raccontato in modo poetico, come solo lui riusciva a fare, ma lo avrebbe fatto in modo mascolino e ammiccando, solo come si rivolge un uomo a un altro uomo.
La seconda sarebbe stata l'amica di Lili, incarcerata per l'omicidio del proprio fidanzato sorpreso durante un tradimento dopo undici anni di fidanzamento.
Il terzo detenuto sarebbe stato un uomo finito in galera per l'omicidio del proprio fidanzato, dopo aver scoperto che non si trattava d'altri che di una donna nei panni di uomo.
Nicola fra una settimana avrebbe incontrato una donna molto più grande di lui e se ne sarebbe innamorato. L'avrebbe vista scendere da un Mercedes CL Nuova generazione e le sarebbe andato incontro senza pensare alle conseguenze. Soltanto successivamente avrebbe notato nell'auto due bambini ma ancora una volta non avrebbe pensato a nient'altro se non a se stesso e alla sua passione.
Come in un sogno gli attimi si sarebbero susseguiti diventando situazioni più concrete. La donna si sarebbe lasciata sedurre per concedersi infine a Nicola che ormai avrebbe perso del tutto la testa. Finita la magia, il ragazzo, si sarebbe ritrovato con un pugno di mosche e avrebbe capito di essere stato usato alla luce del sole senza mai capirlo.
Francesco, dal canto suo, avrebbe raggiunto quel genere di immortalità a cui sono destinate le rock star. Sarebbe morto, sparato alla tempia, per mano del suo più grande fan.
In realtà, lo sceneggiatore di fumetti, raggiungerà comunque quel tipo di immortalità sopratutto grazie alla sua prematura morte.
Secondo un calcolo quantistico rapportato alla teoria dello spazio-tempo utilizzando (con conseguenti polemiche negli ambienti scientifici) la tecnica del teletrasporto quantistico, il Professor Abelardi (Premio Nobel per la Scienza, 2074), stabilirà che Francesco avrebbe potuto suicidarsi all'età di sedici anni al 92,4%. Anche in questo caso, secondo la sensazionale scoperta dello scienziato, il Poeta sarebbe entrato nell'olimpo dei talenti morti prima dei trent'anni scrivendo una pagina indelebile nella memoria collettiva umana.
Qualche anno dopo, il Prof. Abe, come amava chiamarlo suo padre adottivo, farà (comunque vadano le cose) una scoperta che avrebbe potuto cambiare la storia dell'umanità.

mercoledì 6 ottobre 2010

il collezionista #7.4

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...Continua da #7.3
Capitolo 4
-Che fa, hei... la prego, deve parlare!-
-Sono molto stanco...-
-Per favore, mi parli, ormai starà arrivando l'ambulanza... deve restare sveglio!-
-Com'è potuto accadere? E la macchina? l'avevo appena comprata... Mi dispiace.-
-Deve pensare alla sua famiglia, ora.-
-Dica a mia moglie...-
-Qualsiasi cosa, ma non smetta di parlare!-
-...Che è stata una grande zoccola!-
Capitolo 5
Lili sarebbe stata interrotta dalla voce di Lorenzo in uno dei suoi soliti comizi senza senso. Alex avrebbe cercato di trattenere la testa di lei contro il suo gonfio pene ormai saturo di piacere ma lei l'avrebbe sollevata richiamata alla realtà da quella voce tonante. Il ragazzo così avrebbe sentito un immenso dolore partire dai testicoli per arrivare fino al glande e avrebbe quasi urlato senza ritegno se il dolore si fosse protratto per un altro secondo ancora.
Lorenzo avrebbe semplicemente detto la sua, senza pretese, ancora una volta. Sarebbe capitato in quel parcheggio, come ogni giorno, e avrebbe puntato l'indice in aria a disegnare geometrie. Ci avrebbe spiegato tante cose, Lorenzo.
Lili avrebbe ripreso subito dopo, perché Lorenzo, dopotutto, non sarebbe stato così importante, ma per Alex, ormai, non sarebbe stata più la stessa cosa sentendo addosso un senso d'incompletezza. La ragazza, invece, avrebbe raggiunto l'orgasmo come sempre e per qualche ora sarebbe stata felice. Sarebbero andati a casa di un'altra coppia, infine, e durante la cena avrebbero guardato un film dove due carcerati evadono, rapiscono un bambino, si sparano e uno dei due per salvare il bambino si lascia uccidere da un manipolo di eroi.
Alla visione del film, Alex, si sarebbe sentito vivo. Lili si sarebbe sentita viva alla visione della patta dell'amico.
La coppia di amici riusciranno a portare avanti la loro storia d'amore per undici lunghissimi anni. Se Alex e Lili fossero arrivati in quella casa, invece, no. La loro storia d'amore  sarebbe durata appena qualche ora.
Rientrato a casa e scavalcato il cadavere di sua madre riverso nell'andito, Alex avrebbe guardato un film in TV, in cui un programmatore di videogames abbandonato da sua moglie scopre che il personaggio del suo gioco ha acquisito una coscienza e capisce di essere vivo. Il personaggio, allora, chiede al suo creatore di cancellarlo e così ucciderlo e nel momento in cui sta per dissolversi gli chiede: Abbiamo vinto noi?
Invece non ha vinto nessuno ed esisterà sempre qualcuno che giocherà con le nostre vite.

lunedì 4 ottobre 2010

il collezionista #7.3

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Continua da #7.2
Capitolo 3.
Posa il bicchiere sul tavolino, si accende una sigaretta, fa un bel tiro lungo e si sente già meglio. Ma la mente lo tradisce. Ritorna con il pensiero a quei corpi tra le lamiere. "Non potevo fare più nulla, ormai", continua a pensare cercando di convincersi di non aver sbagliato a proseguire senza soccorrerli.
Francesca lo guarda stupita perché non ha ancora aperto bocca.
-Stai bene?-
Paolo beve un altro sorso.
-Si che sto bene, non preoccuparti. È tutto a posto.-, dice.
-Cos'è quello?-, dice lei indicando un pacchetto sul tavolino.
Paolo ha fatto un regalo a Francesca ma è rimasto talmente scosso che ora ha scordato di darglielo.
-Tieni, è per te.-, poi trangugia altro J&B mentre nel locale è appena entrata una ragazza dai capelli rossi vaporosi e un vestitino nero che pare essere una seconda pelle.
-Non avevi smesso?-, ma non lo guarda perché è intenta ad aprire il pacchetto.
-Eh?-, risponde lui guardando la rossa.
-Quella roba che bevi. Non avevi smesso? L'avevi detto tu!-, sottolinea il "tu", guardandolo appena qualche secondo.
-Già. Ho smesso di bere pesante.-, dice distogliendo lo sguardo da quel corpo avvolto dal nero vestito.
-Non si direbbe però. Anzi, pare che ci provi gusto.-
-Sarà, ma non capisco che ti frega... neanche fossimo fidanzati.-, la guarda.
-No no, per carità. Facevo per dire.-
Paolo torna a guardare il bicchiere.
-Appunto, dicevo-, poi beve.
-Che roba è?-
-Lascia perdere va, dammelo che lo butto via!-
-Ma no, scemo, è carino. Ma non capisco...-
-Dovrebbe essere un gattino con la testa in ceramica e il corpo in stoffa. Ma fa schifo, hai ragione.-
-Lo vedo cos'è, solo che non capisco perché! Cosa ho fatto per meritarmi un regalo?-
-Assolutamente niente! Ma sai com'è, a volte sei li con qualche spicciolo in più e ti sorprendi a guardare una vetrina, poi pensi a una persona cara e la mandi a fanculo, così ne scegli un'altra a caso e le fai un bel regalo.-
-Ma lo sai che sei veramente insopportabile? Se credi che te lo restituisca ti sbagli di grosso. Ora me lo tengo!-
-Mah... È un pezzo di stoffa, l'avrei gettato via comunque.-
Poi trascorrono cinque interminabili secondi.
-Hm...-
-Mmm...-, risponde lui.
-Che stai facendo di bello? Sei sparito.-
-Ma nulla... in particolare nulla. Da che ho smesso con gli studi ho più tempo per scrivere. Qualche concorso, qualche rivista che non legge nessuno, qualche poesia per abbordare ragazze. Progetti infiniti... mai compiuti. Tu? Quanti esami, ancora?-
-Undici...-
-Cooosaa?-
-Lo so, lo so. Ancora undici, lo so. Ma che ci posso fare? Da quando hai lasciato la facoltà non riesco a fare più nulla.-
-Che fai sfotti? Anzi... vuoi vedere che le cose stanno proprio così?-
-Sogna! No, non ho più voglia, tutto qui. Mi piacerebbe fare la parrucchiera.-
-Oh no! Tu sei tutta matta. Io facevo fatica. Dovevo studiare davvero, per starti dietro. Ma tu?-
-Ma io cosa, che da quando avevo sei anni non sollevo il naso dai libri! C'è dell'altro, cavolini... E se ora morissi? Dimmi cosa ho fatto nel mentre...-
-Cavolini?... va be'. Mi pigli per il culo, comunque. Queste cose le dico io, solitamente, non tu. Ricordati una cosa: se c'è uno che pensa alla vita e alla morte, se c'è uno che mostra sensibilità, se c'è uno di questo tipo, qua dentro, quello sono io. Ricordalo. Tu sei una donna!-

sabato 2 ottobre 2010

il collezionista #7.2

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... Continua da #7.1
In una frazione di secondo, Stefano, si sentì risucchiare da una forza innaturale, aliena. Qualcosa che non aveva mai sperimentato prima. Si sentì come aspirato da un'immensa aspirapolvere. Doveva essere qualcosa di mastodontico perché sollevare un corpo di quelle dimensioni non era certo un'impresa da poco. Si era sentito asportare dalla macchina per finire con la testa contro il cristallo. La botta gli fece perdere coscienza così non vide mai il suo corpo sgonfiarsi, bucato dai vetri, e finalmente dimagrire.
Forse una nuvola passeggera, chissà, animata da un nuovo istinto funzionale, o forse... forse allora esiste. Forse Dio ha finalmente deciso di fare le grandi pulizie e con l'aspirapolvere succhiare via dalla faccia della terra tutte quelle persone che come lui non possono godersi la vita. Una vita per pochi, che non lascia scampo a chi resta troppo tempo a rifletterci sopra. Una vita che ti raggiunge e che inevitabilmente finisce per superarti.
Un giorno imprecisato di un anno confuso ormai nel tempo e con il pene eretto tra le mani, Stefano, confessò di avere un dubbio.
-Un dubbio?-, rispose lei tra lo stupore e la noia.
-Qualcosa che ancora non capisco nonostante mi sforzi. Oh, ma tu pensavi... no, non intendevo questo... quello che stiamo facendo. È una cosa che non c'entra nulla con... il sesso-, stava per dire "amore", ma non se la sentiva.
-Questa è meglio che non la racconti alle mie amiche e sarebbe meglio che non la raccontassi neanche tu. Io credevo che dovessimo scopare!-
-Noooo... cioè si! ma volevo dire... chiederti, insomma: secondo te che cosa vuol dire "Per tutta la vita?"-
-Oh mammina, questo è tutto scemo. Sei sicuro di star bene? Cosa vuoi che ne sappia, ora?... e va bene. Significa per sempre. Contento? Possiamo proseguire, considerando il fatto che il tuo coso si è stancato di sentirti e se la sta battendo in ritirata?-
-Vedi? Anch'io pensavo così. E per sempre è infinito, è uno spazio nel tempo che ha un inizio ma che non trova una fine. Ora mi sai dire quanto è lunga una vita?-, chiese, mentre il suo pene aveva ormai perso tutto il vigore originario.
-È incredibile, tutto questo non sta accadendo proprio a me!-
-Dai fammi felice...-
-Tu mi prendi per i fondelli! Mi dici poi come faccio a rispondere a queste cose? Lo capisci che non hanno senso? Non c'è una misura, la vita è vita finché sei vivo, dopo, devi sapere, sei morto e quella è una situazione che non puoi chiamare vita. Anche volendo non lo puoi più fare, ok?-
-Vedi? Siamo ancora d'accordo. Non si può misurare la vita perché non esiste un'unità di misura standard per farlo. Non è che pensi alla vita e subito sai quanto è lunga. È per questo che mi chiedo il perché si usino frasi come queste, come fosse niente. Ti pare molto lunga una vita? Se ti dice bene campi sessant'anni e noi continuiamo a pensare che sia per sempre-
-Tutta la vita per te. Tutta la tua vita-, disse lei, ormai rassegnata.
-Ma questo non lo specifica mai nessuno. Chi te lo spiega? Cosa vuoi che ne sappia, un bambino, che può essere domani?-
-Senti, non offenderti, s'è fatto tardi e ciò vuol dire che non si scopa e che devi portarmi immediatamente a casa. E un'altra cosa, non provare a cercarmi più. Questo lo capisci anche se non te lo spiega nessuno, no?-
-Ma scusa, dico solo che le parole sono importanti! E invece è tutto falso, tutta una bugia!-
Nicola era l'ultima vittima dell'incidente stradale. Aveva un anno più di Stefano ma sembrava suo padre. Era il suo unico amico e Stefano gliene era grato. Nicola gli offriva le uniche emozioni e anche quel giorno, la gita in città era opera sua. Lo aveva trascinato via di casa, lontano dai suoi libri e dalla sua Olivetti.
Quando Francesco li vide per strada pensò di caricarli in macchina perché sembravano proprio delle brave persone.
Nicola aveva visto il cane attraversare la strada alla Renault gialla, la stessa auto gialla sbandare e perdere il controllo per finire fuori carreggiata e la Nissan scansare la Renault gialla e lo stesso cane per invadere la loro corsia. L'aveva vista venirgli incontro ma non si rese conto di ciò che stava avvenendo. Ci siamo abituati, oramai. Pensiamo che comunque vada riuscirà a riprendere il controllo. E andrà sempre così, finché staremo qui a raccontarlo. Il suo ultimo pensiero fu rivolto al cane. "Per fortuna si è salvato", pensò.
Lui, invece, moriva.

venerdì 1 ottobre 2010

il collezionista #7.1

Un dattiloscritto senza titolo:
Capitolo 2.
Nella terza auto, una vecchia fiat, si trovavano tre passeggeri. Francesco era al volante e proprio per questo fu l'unico a percepire l'imminente morte. Il suo ultimo pensiero fu "Eccola, finalmente". La stava aspettando già da tempo nonostante avesse raggiunto appena il ventinovesimo anno di età.
Era uno scrittore, Francesco, uno dei tanti in verità, ma pochi avevano il suo talento. La sua carriera cominciò fulminea a sedici anni, vincendo un concorso letterario che lo aveva portato a pubblicare il suo primo libro, La sua vena creativa lo spinse a scrivere altri tre romanzi, l'ultimo all'età di diciannove anni, che nessuno però volle pubblicare. Cominciò a pensare di non essere così bravo come gli avevano fatto credere e smise di scrivere.
Gli editori si erano arrogati il diritto di decidere che il pubblico non fosse pronto per leggerli. Avevano appena ucciso uno scrittore.
Francesco si dedicò al fumetto, dove poté denunciare questa e altre forme d'ingiustizia, diventando così un grande fumettaro. I critici lo osannavano ma perse molto, tuttavia, della spensieratezza del giovane scrittore, divenendo schivo e relegandosi in casa a consumarsi nel suo dolore. Straziato come uno dei suoi tanti personaggi, la solitudine gli aprì la mente e la strada dell'eccessiva attività cerebrale lo aveva portato alla saggezza, per dirla con William Blake.
Quel giorno aveva deciso d'interrompere la sua tortura ripristinando i contatti con il mondo, consapevole che dalla vita non poteva aspettarsi nient'altro che la fine. Solo quella.
La Nissan che gli veniva incontro pareva avvolta da un manto nero che la faceva apparire come una dolce nonna a braccia protese. "Vieni piccolo mio, saprai la verità", sembrava dire. Poi lo schianto, un rumore sordo e il frantumarsi del cristallo anteriore. Francesco morì con uno strano sorriso sulle labbra, "Eccola, Finalmente!". La morte era arrivata.
Stefano aveva trascorso gran parte del viaggio a parlare con Nicola, che sedeva sul sedile posteriore. In quel momento stava girandosi per far riposare il collo e i pensieri trasportati alla velocità della luce dall'hashish appena consumato gli facevano giurare di cominciare una lunga e rigida dieta. Era necessaria, che diamine. Una fantastica notte fra canne e alcool, seduto in un piccolo night colmo di ragazze che aspettano solo d'essere possedute e poi a casa per una sana dormita. Poi la dieta. 
In una frazione di secondo, Stefano, si sentì risucchiare da una forza innaturale, aliena. Qualcosa che non aveva mai sperimentato prima...

mercoledì 18 febbraio 2009

il collezionista #6

Una storia banale e mai terminata, smembrata e ricucita per l'occasione, qualunque essa sia, che potrà leggere cliccando qui.


lunedì 21 luglio 2008

il collezionista #5

Il percorso di David e una notizia al TG:
Lo chiamavamo Davide, veniva dall’Albania. Prima di allora non avevo mai sentito parlare di immigrati. Non in questo modo, almeno. Erano le prime ondate, le prime imbarcazioni clandestine, le prime news al notiziario. I primi anni novanta, quando ancora sognavo. Aveva un viso allegro e una risata che contagiava tutti, giù alla spiaggia. Davide era sopravvissuto al viaggio e con lui era approdata una bellissima ragazza dai capelli lunghi e mossi. Soffici e chiari come la sabbia. Due occhi grandi come nei manga giapponesi e una voglia di serenità e spensieratezza che riuscivi a leggerglielo in quell’oceano che aveva al posto degli occhi.
Davide scendeva giù alla spiaggia dove noi trascorrevamo la maggior parte della giornata e con lo trascorrere del tempo lo faceva sempre più di rado. Scendeva la sera, diceva di aver trovato un lavoro che gli permetteva di stare in Italia. Spesso lei non si faceva vedere per giorni, ma quando arrivava le piaceva stare con noi, con le ragazze, a far casino e robe da ragazze.
Venne fuori che Davide aveva un diploma in ragioneria e che aveva interrotto gli studi all’università per cercare fortuna in Italia. Una volta cercò di spiegarci la complessità dell’alfabeto albanese per via del gran numero di lettere che lo compongono e della difficoltà di pronuncia di alcune di esse. Non so se ci sfotteva ma tutto sommato non aveva importanza.
Poi l’estate finì, salutai gli amici e misi in guardia Davide e la sua ragazza dallo sparire nel nulla. Si fa di solito, è un classico, ma mi sarebbe piaciuto sul serio rivederli. Erano dei ragazzi in gamba e valeva la pena aiutarli a inserirsi.
Poco tempo dopo, al telegiornale nazionale, apparve la foto di Davide. Il suo viso felice occupava tutto lo schermo e la giornalista raccontava una storia che non potevo riconoscere. Una storia che non aveva alcun senso. Una storia a cui mi rifiutavo di credere. Sin dal suo arrivo in Italia, Davide, costringeva la sua giovane donna a prostituirsi per sopravvivere e permettere a lui di lavorare sempre di meno. Forse non aveva capito che per stare in Italia aveva bisogno di un lavoro certificato, o forse, semplicemente, aveva altri progetti. Altre idee.
Lei si ribellò e lui la uccise e la fece a pezzi per poi nasconderla nel suo frigo. I suoi vicini di casa chiamarono la polizia quando, forse preso dal rimorso, cominciò a piangere e urlare per strada. Poi scappò via. La giornalista disse che Davide era ricercato in tutta Italia ma che probabilmente aveva già oltrepassato i confini per nascondersi chissà dove.
Quello che non riesco a perdonarmi è che non riesco proprio a ricordare il nome di lei. Stupido!

lunedì 30 giugno 2008

il collezionista #4

Due fialette contenenti ognuna un incubo bellissimo dalla mia mente secreto nell'infanzia:

Nel primo stavo nel cortile di casa e indossavo il mio elmetto giocattolo che per l'occasione era diventato reale. La mia palla di ferro da 10 Cm di circonferenza, che non ho mai capito perché possedevo né ricordo come ne venni in possesso, era una delle tante palle di cannone esplose verso il cortile. La carriola a una ruota, sempre presente nelle vecchie case della mia zona e ormai quasi del tutto sparite, era rimasta una carriola. La differenza stava nella capienza.
Nel cielo gli aerei in assetto da guerra continuavano a bombardare nelle vicinanze mancando sistematicamente l'esatto bersaglio. Nel cortile, tuttavia, i soldati colpiti avevano ormai ricoperto tutto lo spiazzo in cemento. Io, mano sull'elmetto, mi riparavo sotto il tetto di quello che in passato era il recinto dove i miei nonni tenevano le galline da uova e attendevo il momento opportuno per uscire allo scoperto con la carriola a me affidata. Nei pochi secondi in cui gli aerei oltrepassavano lo spazio sopra il cortile, spingendo la carriola caricavo più soldati che potevo per portarli poi in un luogo al coperto ed evitare così che i continui bombardamenti li dilaniassero eccessivamente.

Nel secondo stavo al mare, sul bagnasciuga, e giocavo con la sabbia umida attendendo che le onde del mare venissero a bagnarmi ogni volta che per qualche strano motivo si ritiravano, mi pareva, quasi tremanti di paura. Una scena familiare e rassicurante, visto che ho imparato a nuotare ancora prima di imparare a camminare. Il mare è sempre stato sinonimo di famiglia e felicità. Ma nel sogno, a un tratto, dopo che le onde mi bagnarono per l'ultima volta, continuarono a ritirarsi finché non le vidi più. In tutta la spiaggia non c'era più nessuno e la sabbia era completamente asciutta. Mi ritrovai da solo in un infinito deserto in ginocchio sulla sabbia.

sabato 14 giugno 2008

il collezionista #3

Un cofanetto con dentro il cuore di mia madre.

Il nome impresso nella mia mente: Stefano.

Un CD rigato contenente le immagini della mia infanzia.

Il suo rispetto.

La seguente conversazione:
Lui. Che vuol dire che non riesci a starmi lontana?
Lei. Che mi manchi.
Lui. Ma stiamo ogni giorno a scuola nella stessa classe.
Lei. Ma tu stai la davanti. Mi fai ridere.
Lui. Infatti vieni sempre qui...
Lei. Già.
Lui. Un giorno mi dimenticherai.
Lei. Impossibile. Penso a te ogni giorno, come a tutti loro.
Lui. Un giorno dimenticherai tutti noi. Arriverà un momento in cui non ricorderai più la nostra esistenza.
Lei. Non è vero.
Lui. Si.
Lei. A te non ti dimenticherò mai.

Si, invece.

La versione inglese del libro contenente la soluzione di tutti i miei problemi.

La risposta di Dio alle preghiere dei più sfortunati:
No.

sabato 7 giugno 2008

il collezionista #2

Due parole su Lorenzo:
Lorenzo era alto… non saprei dire, quanto. Lorenzo era basso, ecco. Portava sempre vecchi pantaloni in stoffa con la cerniera rotta, una flanella lercia, una camicia a quadri grandi abbottonata fin su e un capotto di cinque o sei chili addosso. Fumava alfa senza filtro con passione e le fumava finché il tabacco ardente non gli bruciava i polpastrelli. La sua vera passione, tuttavia, erano le mutande. Lui le adorava. Specialmente quelle femminili. Non aveva nessun tipo di rapporto morboso con esse, semplicemente gli piaceva indossarle. Ne portava addosso sei, sette paia e ne avrebbe indossato altre, se le avesse avute. Portava sempre una barbetta incolta, sporca di sugo e altre prelibatezze e i capelli arruffati e incollati. E poi parlava, parlava sempre, da solo o con chi gli capitava, sempre quei suoi discorsi importanti, che se avevi la pazienza di ascoltarlo, potevi dargli anche un senso. Ce l’aveva ogni volta con qualcuno e possedeva la soluzione per qualunque problema.
Tutti ridevano di lui, ma lo trattavano comunque con gentilezza, anche quando erano costretti a starlo a sentire. Al massimo gli dicevano “Ho fretta Lorenzo, sarà per un’altra volta”, in modo molto garbato. Una volta capitò nel “parcheggio” del paese, dove gli innamorati sostano la notte per trovare un po’ di privacy e disse semplicemente la sua, senza pretese:
«LA VITA… TI PROMETTE… LA VITA! (pausa lunga) LA MORTE, INVECE… TI PROMETTE… LA MORTE!… CHI MENTE?». Poi andò via, rimuginando qualcosa finché non trovò qualcuno a cui spiegare tutto.
«Quello…», gli disse, «… non lo conosco! Era parente di qualcuno che non conosco. Di sicuro!», parlava gesticolando e quella volta lo fece più del solito. Sfoderò l’indice e lo agitò tagliando l’aria in forme geometriche perfette. «Lei gli faceva il servizietto… è giusto così, ma non credere sai che tu possa fuggire?! Non puoi andare via di qui. Io l’ho sentito in televisione da mia sorella, che c’era quello che lo diceva. È un labirinto, con le strade corte. Zack!, un muro davanti e sei fregato. È una bugia cinese che non finisce mai», e poi andò via salutando, rimuginando ancora altre mille cose. Il passante rimase lì, con le mani in tasca, come chi viene travolto da un atroce dubbio e non sa come fare per risolverlo, così è troppo disperato e non dorme la notte perché gli viene in mente che forse ha sbagliato tutto.
Lorenzo era…
Lorenzo è morto. È stato ritrovato in mattinata dietro la stazione, ricoperto di sangue e con il volto sfigurato. È stato picchiato a morte, Lorenzo. Bastonato sul viso e sulla testa, preso a calci sulle gambe, lo stomaco e la schiena. I suoi testicoli sono stati schiacciati, presumibilmente con le scarpe. Lorenzo è stato ucciso. Addio.

sabato 31 maggio 2008

il collezionista #1

Collezionista?
Ah, bene. E, mi scusi, cosa vuole da me?

Si prego, mi spieghi pure.

Sssi
, certo, si accomodi. Gradisce da bere? Un caffè?
Guardi che glielo faccio volentieri, sa?
D'accordo. Prego, mi dica.


Una notte d'estate e ciò che portavo dentro:
Stavo in macchina, lato pilota. Dall'autoradio semi nuova, Francesco, urlava al mondo un'emozione sussurrata da Omar e graffiata sulla sua chitarra. Pippo sul lato passeggero parlava tanto, ma io non ascoltavo. Ero avviluppato, schiacciato, oppresso e il solo respirare mi procurava un dolore immenso. Negli occhi il suo volto, nelle orecchie la sua voce e nella mente il ricordo di lei. Non avrei mai creduto che una sedicenne mi potesse ridurre a quel modo. Ma questa era la situazione, e meritavo tutto il dolore per non aver ascoltato la mia coscienza. Erano stati i suoi occhi e quegli occhi li avrei portati dentro per tutta la vita.
Ero al centro di un buco nero infinito e un vortice continuava a risucchiarmi dentro. Un Dio benevolo e accondiscendente aveva appena tirato lo sciacquone ma io non sarei mai stato scaricato da nessuna parte, se non nel nulla dell'universo.
Rivivevo il suo primo sguardo e il mio imbarazzo. Il mio sguardo deciso e la conseguente rivincita. La danza dell'amore, l'ipnosi e l'attrazione. Quelle lunghe chiacchierate e le birre. E poi, quando mi convinse, il mondo cambiò le regole del gioco e decise di uccidermi. Caricò una sei colpi e con un solo proiettile mi sparò in piena fronte lasciandomi un buco fumante nel cuore.

Bene, signor ...
Si certo, ho ascoltato.

Si, mi piace. Nel senso che ...

Cosa vuol dire, "la vuole"? ...come posso ...

Beh, un attimo, non capisco ...

D'accordo, continui ...


Una sensazione:
Quella per cui ho staccato la spina e pian piano mi lascio andare...

Ehm mi scusi, questa è la mia ...
No, non è che ce l'ho già; è proprio mia.

Non so se sia normale.


Una verità che nascondo a me stesso:
...

?

La gatta:
La notte è tutta attorno a lei, come quando riempie la vasca e ci s’immerge, e si dimentica, e sogna. È sua compagna, come fosse un essere vivente, quasi ci parla, quasi la sente parlare. Camminando per tutte le viuzze del paese, sente la vita assopita, la sente distrattamente, fra un pensiero e l’altro e lei si sente al sicuro. Custodisce i nostri sogni. Di tanto in tanto, dalle finestre socchiuse, sente ronfare più forte, tanto che le scappa un sorriso affettuoso prima di tornare ai suoi pensieri infiniti. Nella notte ci si perde, i suoi abiti scuri la nascondono dagli sguardi interrogativi delle persone semplici, annoiate, abituate a chiedere informazioni su chiunque. Lei non ha voglia di rispondere a nessuno, le piace saperli disarmati, nei loro letti, con le loro certezze.
E mentre cammina, i gatti, formano un corteo alle sue spalle.
«Ciao», dice lei, dolce e sincera, così loro con un miagolio si uniscono al corteo. Lei è una gatta a due zampe, sarebbe comunque più verosimile. Mentre pensa assume quell’espressione felina, che guarda un altro mondo, un’altra dimensione. Lei sa. E non si fida di nessuno, proprio come i gatti. E pure nelle sue lunghe camminate notturne, se incontra qualcuno, si lascia nascondere dall’oscurità, avvolgendosi di notte, proprio come quando riempie la vasca e lei ci s’immerge.
Poi arriva Morgana, di corsa e preoccupata. Miagola di spavento e lei s’inchina per riceverla tra le sue braccia.
«Che c'è amore?», le dice, e la micia miagola più forte, come per confermare la sua storia.
Con me, tuttavia, non comunicava e la motivazione per cui mi lasciava era una semplice e fredda lista dei miei difetti.