venerdì 24 settembre 2010

notte #10

365 giorni di buio.

... Perché le persone son fatte così, non c'è niente da fare. Siamo bestie strane, noialtri, sempre pronti ad azzannarci per un non nulla. Basta poco per odiare il prossimo e una vita intera per imparare ad amare.
A pelle mi stai sul cazzo!
Al contrario diventa un colpo di fulmine, ma di solito non ha lunga vita e poi torna a essere odio come al solito.
Il vero amore è quello che s'impara pian piano, lungo strade impolverate di dubbi e incomprensioni. Attraverso città desolate di noia dove solo la curiosità e la pazienza possono fare da collante. Oppure la costrizione alla convivenza.
Poi conosci una persona. Finalmente la capisci. Il tempo ti ha cambiato. La vita ha strade contorte che portano in un unico punto comune.
Ma la vita è breve, signori, e per alcuni lo è ancora di più. E chi ci dice che abbiamo tutto il tempo per dire ciò che avremmo sempre voluto? Chi ci dice che avremmo modo di fare ciò che abbiamo sempre sognato?

Prendete me, per esempio. Son cresciuto con W. e chi ci pensava che poi...
Trentacinque anni sono una vita intera. Li abbiamo trascorsi tra cazzotti e urla da bambini, indifferenza e grandi incomprensioni da ragazzi. Ma per due fratelli la convivenza si tramuta in una palestra. I rapporti si rafforzano. Si prendono le misure e si evitano le puttanate, quelle che da adolescenti, invece, stanno alla base di ogni rapporto.
Io ho sempre pensato che fosse C. a tenerci uniti. Ma c'era dell'altro.
C'era la voglia di raccontarsi, di ridere insieme, di confrontare opinioni e idee. C'era la voglia di rendersi utili l'uno con l'altro e una maledetta voglia di trovare forti interessi comuni quasi a voler legittimare la vita trascorsa insieme. C'era rispetto, cazzo. Un infinito rispetto reciproco.
Gli ho voluto un gran bene e mi manca tutto. I messaggi o le chiamate improvvise: "Di a mio zio che passo a trovarlo...", non erano i miei genitori, no, erano i suoi zii. Il fantacalcio, le uscite con gli amici o quelle fatte da soli, in giro solo per parlare ore intere.

L'ultimo SMS l'ho ricevuto un anno fa esatto. Ce l'ho ancora salvato, mi chiedeva se il Cagliari avesse giocato  male nonostante la vittoria (quando giocava fuori casa, spesso, preferiva non guardarla. Stadio o nulla!).
Sfotteva Larrivey. Lo faceva sempre. Era mezzanotte e sicuramente ho riso come un idiota. Dieci ore dopo poi...

Finito. Niente più storie. Niente risate. Niente cazzate. Niente calcio. Finito.
Da un momento all'altro non c'è più quella persona che è sempre stata li con te. Qualcuno mi spieghi come si può digerire questa cosa, perché io, nonostante tutto, ancora non riesco a capirlo. Come si può?
Bisogna andare avanti.
Bisogna metabolizzare la faccenda.
Bisogna...
Bisogna essere delle strane bestie, per fare quello che noi facciamo continuamente. Ecco perché riusciamo a sopravvivere a nostri cari.

Trentacinque anni...
Ciao.

Il fatto è che non esistono le parole giuste, per una cosa del genere. Esistono tutte le altre, ma non quelle giuste.
Immagini, film, canzoni, ricordi... troppi ricordi.
E ridi, e piangi e t'incazzi, e ridi ancora. Poi piangi.
Perché vivere ogni giorno ti porta a non sentire e non vedere, come se il cervello, invece, non stesse registrando tutto per riproportelo nei momenti più impensabili. Si ricorda tutto, lui. Anche quello che vuoi dimenticare. E quando vuoi ricordare qualcosa, spesso, è un'impresa. È la mente a ripescare.
E spesso il cervello si spegne.

Sono rimasto spento per qualche mese. Mi ritrovavo immobile, come in standby e chissà per quanto tempo stavo così. Trascorrevano le giornate. Le settimane. Sono trascorsi dei mesi prima che mi rendessi conto che mi stavo spegnendo. Pian piano. Inevitabilmente.
Fortunatamente avevo delle cose importanti da fare. C. mi aveva fatto una richiesta precisa e avevo tutta l'intenzione di stare con lei.
E poi gli amici. Non hai idea di quanto calore ti possano donare finché non ti si stringono forte attorno.
Tutti gli amici. Quelli di sempre, quelli nuovi e quelli che ti trascinano a vedere Inglourious Basterds e Avatar.

Ho tenuto fermo questo blog per un anno intero perché mi sembrava l'unico modo per ritrovare le parole. Ma, ora, mi rendo conto che non è esattamente così.
Sono stati giorni bui, dove tutto ciò che riuscivo a vedere erano immagini impresse nel cervello e che in nessun modo sarei riuscito a scacciare. E io non le volevo scacciare.
Ora fanno parte di me, come tutto il resto.
Sono stati giorni di lotta costante per riuscire a inquadrare obiettivi che sembravano ormai insignificanti.
Così torni a progettare. Così torni a vivere.

Torni a vivere, almeno tu. Perché tu puoi farlo. Perché tu devi farlo. Perché tu, ora, sei più incazzato di prima.

giovedì 24 settembre 2009

sabato 19 settembre 2009

dark resurrection

Si dice che l'Italia sia patria di artisti e tempo fa esportavamo il nostro cinema di qualità in tutto il mondo. Registi come Mario Caserini, Enrico Guazzoni e Giovanni Pastrone hanno inventato il cinema a soggetto, ottenendo un successo inimmaginabile. Siamo stati i primi, con il futurismo, a creare un movimento d'avanguardia cinematografico, dando il là al cinema espressionista tedesco e probabilmente siamo stati i primi a produrre film propagandistici, genere tanto caro agli americani e non solo. Registi come Luchino Visconti, Roberto Rosellini e Vittorio De Sica con il loro neorealismo hanno insegnato cinema a più riprese e non a caso artisti del calibro di Lars Von Trier hanno creato il movimento Dogma 95 (da vedere assolutamente Festen di Thomas Vinterberg, il primo film ad essere prodotto secondo le regole del manifesto), mentre Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, primogeniti dei loro tanti figli artistici ne hanno ampliato l'eco. Mario Bava, Dario Argento e Lucio fulci, invece hanno creato generi e stili inconfondibili, dove spesso l'arte di arrangiarsi cessava di essere un handicap per dare il via a capolavori indiscutibili, per poi essere copiati in tutto il mondo (Storia del cinema italiano).
Tutto questo per dire che la crisi del cinema italiano non esiste! È una bufala per nascondere il fatto che volutamente si è uccisa l'industria cinematografica per privilegiare le produzioni statali più controllabili e, in qualche modo, indirizzabili. Ma il problema è un altro: si ha la convinzione che non si possa fare il cinema senza i soldi. Altra bufala! Low budget non equivale a un film brutto, come una grande produzione non da diritto a fare un bellissimo film. Lo dimostra Hollywood e le decine di pellicole scadenti all'anno, anche se in quel caso subentra il discorso dell'incasso, dove una pellicola è considerata di successo se incassa tanto, anche se poi viene dimenticata negli anni successivi.
La verità è che si può fare un film di ottima fattura e infarcito di effetti speciali con 7.000 euro (due lire rispetto ai budget a disposizione per una qualunque pellicola professionale).
Sto parlando di Dark Resurrection, di Angelo Licata, prodotto da Luca Bigazzi. Un film indipendente, fatto amatorialmente nei ritagli di tempo. Detta così la cosa non suscita grande interesse, ma a vedere il risultato finale c'è da stare a bocca aperta per la qualità del prodotto finale.
Il film si ricollega alla famosa saga creata da Lucas e si posiziona, cronologicamente, qualche secolo dopo gli eventi narrati nel capitolo VI. La protagonista è Hope, giovane apprendista del maestro jedi Zui Mar Lee, e il suo destino è quello di sconvolgere l'equilibrio universale nella forza.
Personalmente mi è sembrato un po' lento, ma è innegabile la straordinaria potenza visiva e l'efficace intreccio della trama. Da vedere assolutamente!
Il progetto non ha alcun fine di lucro e ha avuto, oltre che i complimenti, anche il via libera della LucasFilm e il successo che gli ha decretato il pubblico di internet hanno convinto gli ideatori a produrne il secondo volume che è già in post-produzione.
Il film è visibile sul sito GuerreStellari.Net e sul blog DarkResurrection.Com in esso contenuto.
Buona visione.

venerdì 31 luglio 2009

grindhouse and the fake truth

Quando vidi Hostel la prima volta, rimasi veramente impressionato dallo sforzo di Eli Roth nel far sembrare tutto estremamente vero. Ho pensato tanto a una persona a me vicina che quasi vent'anni fa venne raggirata da una donna e poi tenuta segregata in stato di schiavitù con altri uomini nel nord italia. I giornali diedero ampio spazio alla vicenda. Queste cose accadono eccome. Ma in quel caso non c'era dietro un'organizzazione di assassini, quindi trovato il modo di fuggire e di far saltare fuori la storia, tutto si ridusse in una brutta e reale disavventura.
Nelle intenzioni di Roth, invece, le vicende raccontate in Hostel dovevano in qualche modo superare ogni più terrificante realtà così ha costruito una gabbia di terrore dal quale era impossibile fuggire: dei ricchi annoiati in cerca di nuove emozioni pagano somme incredibili per poter sfogare ogni fantasia violenta in un luogo in cui nessuno può vederli né giudicarli. Alcuni inconsapevoli e giovani ragazzi nel classicissimo viaggio in Europa alla ricerca di bellissime e facili ragazze, invece, diventano oggetto di costosissime aste.
La trama mi ha tenuto inchiodato alla sedia sin dalle prime battute e alcune scene sono davvero magistrali. La mia delusione nasce quando mi accorgo che la fuga è premeditata e forzata (dal produttore, dal regista, dal pubblico amiricano...). È sempre la stessa storia, non è quello che dici, il problema, ma come lo dici. Qualcuno mi spieghi perchè uno che ha tanto culo per evadere da un luogo come quello, sentendo l'urlo di una sconosciuta (i suoi amici sono stati trucidati da tempo!), decide di tornare indietro (all'interno!) per salvare pure lei. Perché? E come mai incontra il suo carnefice nello stesso treno che lo sta riportando a casa?
Quando ho visto il secondo capitolo ho come riavvolto la cassetta delle sensazioni per non lasciarmi influenzare dai miei stessi pensieri. Ancora una volta la pellicola mi chiede fiducia perchè la storia è verosimile. Non ho mai preteso di credere che la trama di un film fosse vera e non c'è bisogno che alla fine ci sia scitto "le vicende e i personaggi raccontati in questo film sono di pura fantasia", oppure, "È una storia vera!", quello che conta è come imposti la narrazione e in questo caso la richiesta esplicita è di far finta che sia tutto vero.
Nel secondo capitolo, se è possibile, invece è ancora peggio: un cliente incontra una vittima durante una festa. Non la incontra per caso, è li con un binoccolo che la osserva da lontano e poi decide pure di parlarci. La cosa incredibile è che la vittima non è stata ancora presa dall'organizzazione ed essendo una persona libera l'affare del cliente può saltare in qualunque momento. Questo non avviene, certo, l'intreccio si basa proprio su questo passaggio (incredibile ma vero), perché durante la festa qualcuno ci fa sapere che la vittima è talmente ricca che "volendo" (causa di forza maggiore? ah si?) potrebbe acquistare tutta la nazione. Alla fine anche lei, come il protagonista della prima pellicola, riesce a liberarsi per una serie di casi fortuiti. Ma questa volta pare davvero impossibile evadere e scappare via (figuriamoci rientrare per salvare una sconosciuta) così la soluzione è semplice: causa di forza maggiore paga la propria libertà!
Ora, non per dire, ma il cliente aveva un contratto solido, non ci si può sbarazzare di lui in questo modo...
Nonostante tutto restano due belle pellicole da vedere e rivedere per mille motivi. La presenza di Edwige Fenech è un tuffo nel cuore che non ha prezzo.
Completamente diverso, invece, è il discorso per Grindhouse del magnifico duo Tarantino - Rodriguez. In questo caso la richiesta è totalmente opposta, visto che ti si chiede di dimenticare tutti gli affanni della realtà per essere catapultato in un mondo del tutto privo di senso.
Quentin Tarantino è il padrino nonchè produttore dei due Hostel. La presenza della sempre affascinante Fenech nel film di Roth è dovuta allo stesso Tarantino (presumo), della quale è un fan maniacale. Questo spiega perché Eli Roth abbia poi girato un fake trailer per Grindhouse.
Partiamo dall'inizio: Grindhouse era il nome che in america davano a certi cinema che proiettavano tutti quei bellissimi filmacci degli anni '70 (compresi gli spaghetti western italiani). Non era insolito che gli spettacoli fossero doppi (un film dietro l'altro) e tra uno spettaccolo e l'altro proiettavano anche i trailers di altri splendidi filmacci. Tarantino ebbe l'idea di creare con Rodriguez (tra l'altro ho rivalutato la trilogia Spy Kids che il regista ha creato per i suoi figli) un doppio spettaccolo che riportasse alla mente certe atmosfere. Ma perchè tutto fosse perfetto servivano i trailers (in questo caso finti trailers), così nascono A prova di Morte e Planet Terror conditi da alcuni spettaccolari fake trailers (pare che quello dedicato a Machete un giorno diventerà un film vero e proprio! Piccola curiosità: Machete è interpretato da Danny Trejo il quale nella trilogia Spy Kids interpreta Isidoro Cortez detto "Machete", il vero zio dei bambini).
La verità, tutta la verità. In questo caso il reale lascia spazio al puro spettacolo e in Grindhouse tutto è spettacolare, anche se Tarantino pare avere il braccino corto questa volta. A prova di morte è un pulp come lo intendiamo noi oggi e per il fatto che conosciamo il vecchio Quentin. In realtà il suo filmaccio è un film d'exploitation, dove non si da alcuna attenzione alla qualità ma si bada solo al guadagno immediato utilizzando solitamente poster che di gran lunga superano in bellezza le stesse pellicole. Da questo punto di vista l'episodio con Kurt Russell (splendido nei panni di Stuntman Mike) è un vero gioiello pregno di devota gratitudine per chi in quegli anni ha creato questo genere: l'audio che salta, la pellicola logora e tagliata qua e la saltando da una scena a l'altra sono alla base.
Bellissima la prima parte fino a quando Stuntman Mike viene allo scoperto, poi è tutto un inseguimento con macchine superveloci che nonostante tutti gli urti continuano anche solo ad accendersi. E poi tanta, tanta incredibile violenza.
Arriviamo dunque a quello che per me è un vero capolavoro. Planet Terror è assolutamente inarrivabile. Anche questa pellicola rientra sicuramente in quel genere che i due registi volevano omaggiare anche se tecnicamente ci sono poche sporcature (sicuramente meno che in A prova di morte). Questo film è tutto un omaggio: ho gia detto di Machete, ma quello che più mi ha ingolosito sono gli zombie che arrivano dritti dai film di Umberto Lenzi (Incubo sulla città contaminata). Pare che inizialmente Rodriguez avesse in mente di utilizzare dei veri e propri zombie ma poi un giorno ha incontrato il maestro toscano che gli ha spiegato serenamente che i suoi non erano morti viventi ma persone contaggiate da un virus. R.R. deve aver pensato di essere un idiota a non averci pensato prima così ha girato alcune delle scene migliori in questo senso, con Bruce Willis e lo stesso Tarantino contaminati così tanto da poter sopravivere soltanto continuando a inalare il gas-virus chiamato DC-2.
Da un'altra parte della città El Wray (Freddy Rodriguez, il becchino estetista di Six Feet Under. Non ho ancora capito se sia imparentato con il regista Rodriguez!) incontra, dopo essere sparito per tanto tempo, la sua ex Cherry Darling (Rose McGowan già vista in Doom Generation e in Scream e famosa per aver sostituito Shannen Doherty in Streghe) e dopo un primo approccio freddino e rancoroso tra i due scatta ancora una volta una scintilla che li porta a lottare fino alla morte per poter sopravivere.
Assolutamente privo di senso ma splendidamente a tinte forti, è un film che non si può perdere!
Da segnalare la presenza del leggendario (per me) Josh Brolin (I Goonies, I ragazzi della prateria, Mimic, L'uomo senza ombra, American Gangster, Non è un paese per vecchi) nella parte dell'ambiguo dottor Block e del mitico Tom Savini (tuttofare nel mondo del cinema ma indimenticabile creatore di effetti speciali) nella parte dello sfigato e non tanto sveglio vicesceriffo Tolo.
In due parole quattro bei film da guardare mangiando popcorn sui quali si può stare a discutere parecchio.

di Eli Roth

di Eli Roth

di Quentin Tarantino

di Robert Rodriguez

venerdì 5 giugno 2009

le nostre signore del dolore

Uscito nelle sale italiane nel 2007, è il terzo e ultimo capitolo della trilogia dedicata alle streghe più potenti e temibili (Madre dei Sospiri, Madre delle Tenebre e Madre delle Lacrime).
Dopo aver visto il discutibile La sindrome di Stendhal, l'incompleto M.D.C., il povero Il fantasma dell'opera, soltanto Non ho sonno sembrava restituirci un Dario Argento ispirato, ma poi arrivò Il cartaio e fu il buio più totale. Forse è vero quello che dice una parte della critica, e cioè che il vero Argento l'abbiamo ormai perso da tempo e che non c'è modo di riaverlo indietro, ma chissà perché ogni volta che il maestro romano annuncia un nuovo progetto le mie aspettative sono sempre altissime. E quando poi attorno all'evento si crea troppo interesse l'effetto è quello di un grosso boom al botteghino e conseguente feroce critica che stroncherebbe qualunque film. Beh, non sono andato al cinema. In questi casi preferisco aspettare che le acque si calmino, che nessuno mi parli più del film e che tutti quelli che lo hanno visto perché l'evento è imperdibile (il 60% buono dell'incasso totale) si dimentichino pure di esserci andati, quel giorno al cinema (e capita più di quanto ci si possa immaginare).
All'uscita del DVD, ormai, nessuno ne parla più e la mia anacronistica visione della pellicola mi tiene alla larga da ogni tentazione di difendere questo o quel film perché tanto, a parte i botteghini, solo il tempo ci dirà il vero sulla sua qualità.
Per tornare alle streghe, comunque, la trilogia è cominciata nel '77 con Suspiria per continuare tre anni dopo con Inferno (1980).




da Suspiria









da Inferno





A prima vista sembrerebbe che l'idea della trilogia sia arrivata quasi per caso e comunque ai tempi di Suspiria il regista non aveva certo questa intenzione. Comunque il progetto di chiudere con un terzo film pare che Dario Argento lo covasse da più di vent'anni dopo aver letto che Thomas de Quincey avrebbe voluto scrivere un libro sulle tre madri.
L'idea delle tre sorelle (madri delle pene umane) è del giornalista e scrittore inglese, infatti. Nel 1821 pubblica Le confessioni di un mangiatore d'oppio, libro autobiografico che racconta la sua vita umana e artistica da mangiatore d'oppio, appunto. Lo scrittore ne divenne poi dipendente e questo contribuì probabilmente alla creazione di certi suoi strani sogni. Nel 1845 pubblica Suspiria de profundis dove racconta di aver sognato la dea latina Levana (colei che veglia le prime ore di vita di un neonato) la quale gli presentava tre donne, tre sorelle, le "Nostre Signore del Dolore" che avevano tre nomi latini e lì poi le descrive.
Il trentasettenne Argento quindi si ispirò a quest'ultimo libro, per trarne Suspiria. Mater Suspiriorum si nasconde a Friburgo ormai indebolita e protetta dalle insegnanti di una scuola di danza che da lei traggono potere magico. Quando la giovane ballerina Susy Benner la uccide, la scuola crolla distruggendone tutti i segreti.
Tre anni dopo scopriamo per la prima volta che esistono tre streghe. Dario Argento comincia a delinearne l'universo facendo acquistare alla sorella del protagonista Mark (Inferno) un antico libro dal titolo "Le Tre Madri". Il libro è opera di Emilio Varelli, alchimista e architetto che fece costruire le tre dimore in cui le temibili Madri si rifugiano. Una a Friburgo, appunto, una a New York (Mater Tenebrarum) e una a Roma (Mater Lacrimarum). Mark, cercando di scoprire il perchè della morte di una sua amica e di sua sorella, s'imbatte in Varelli in persona e in Mater Tenebrarum, la morte.
Trent'anni dopo Suspiria, dunque, il cerchio si chiude. Il regista ricama la trama de La Terza Madre chiudendo tutti i buchi e le domande senza risposta lasciate nei film precedenti. Scopriamo che Mater Suspiriorum era stata indebolita in precedenza da un'altra ballerina con l'uso della magia bianca, una certa Elisa Mandy (Interpretata nel terzo capitolo dalla mitica Daria Nicolodi) e ora sua figlia Sara, in possesso degli stessi poteri, deve affrontare l'ultima, la più terribile e bella, Mater Lacrimarum, la Madre delle Lacrime, la strega che si nutre delle lacrime degli uomini.
L'idea non poteva lasciarmi indifferente e il trailer è stato creato ad arte per generare grandi aspettative.
Per essere bella, devo dire che questa terza madre lo è e come (Moran Atias) ma sinceramente poteva essere un tantino più crudele.
Dario Argento torna all'horror (l'altro suo genere oltre al thriller gotico come Profondo Rosso, Trauma, il gatto a nove code ecc) attingendo a piene mani dallo splatter, come già ci aveva abituati, ma tralascia purtroppo alcuni aspetti dei suoi thriller che a mio avviso hanno reso eterni i due capitoli precedenti. Ciò che mi manca di più è la città che osserva e vive come in tutti i suoi film più belli mentre qui viene relegata a semplice oggetto scenografico. Altra grande assente è l'ispirazione tutta argentiana che spingeva il regista a girare scene che spesso non aggiungevano nulla alla trama, ma che donavano visionarietà e oniricità da brividi.
In due parole, la trama troppo lineare e hollywoodiana, mi lascia un poco con l'amaro in boca. Troppe mani hanno scritto una sceneggiatura che a un certo punto pareva interessare i produttori americani e che poi ha finito per essere prodotta dalla solita Medusa Film e il film ne risente e come.