lunedì 4 ottobre 2010

il collezionista #7.3

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Continua da #7.2
Capitolo 3.
Posa il bicchiere sul tavolino, si accende una sigaretta, fa un bel tiro lungo e si sente già meglio. Ma la mente lo tradisce. Ritorna con il pensiero a quei corpi tra le lamiere. "Non potevo fare più nulla, ormai", continua a pensare cercando di convincersi di non aver sbagliato a proseguire senza soccorrerli.
Francesca lo guarda stupita perché non ha ancora aperto bocca.
-Stai bene?-
Paolo beve un altro sorso.
-Si che sto bene, non preoccuparti. È tutto a posto.-, dice.
-Cos'è quello?-, dice lei indicando un pacchetto sul tavolino.
Paolo ha fatto un regalo a Francesca ma è rimasto talmente scosso che ora ha scordato di darglielo.
-Tieni, è per te.-, poi trangugia altro J&B mentre nel locale è appena entrata una ragazza dai capelli rossi vaporosi e un vestitino nero che pare essere una seconda pelle.
-Non avevi smesso?-, ma non lo guarda perché è intenta ad aprire il pacchetto.
-Eh?-, risponde lui guardando la rossa.
-Quella roba che bevi. Non avevi smesso? L'avevi detto tu!-, sottolinea il "tu", guardandolo appena qualche secondo.
-Già. Ho smesso di bere pesante.-, dice distogliendo lo sguardo da quel corpo avvolto dal nero vestito.
-Non si direbbe però. Anzi, pare che ci provi gusto.-
-Sarà, ma non capisco che ti frega... neanche fossimo fidanzati.-, la guarda.
-No no, per carità. Facevo per dire.-
Paolo torna a guardare il bicchiere.
-Appunto, dicevo-, poi beve.
-Che roba è?-
-Lascia perdere va, dammelo che lo butto via!-
-Ma no, scemo, è carino. Ma non capisco...-
-Dovrebbe essere un gattino con la testa in ceramica e il corpo in stoffa. Ma fa schifo, hai ragione.-
-Lo vedo cos'è, solo che non capisco perché! Cosa ho fatto per meritarmi un regalo?-
-Assolutamente niente! Ma sai com'è, a volte sei li con qualche spicciolo in più e ti sorprendi a guardare una vetrina, poi pensi a una persona cara e la mandi a fanculo, così ne scegli un'altra a caso e le fai un bel regalo.-
-Ma lo sai che sei veramente insopportabile? Se credi che te lo restituisca ti sbagli di grosso. Ora me lo tengo!-
-Mah... È un pezzo di stoffa, l'avrei gettato via comunque.-
Poi trascorrono cinque interminabili secondi.
-Hm...-
-Mmm...-, risponde lui.
-Che stai facendo di bello? Sei sparito.-
-Ma nulla... in particolare nulla. Da che ho smesso con gli studi ho più tempo per scrivere. Qualche concorso, qualche rivista che non legge nessuno, qualche poesia per abbordare ragazze. Progetti infiniti... mai compiuti. Tu? Quanti esami, ancora?-
-Undici...-
-Cooosaa?-
-Lo so, lo so. Ancora undici, lo so. Ma che ci posso fare? Da quando hai lasciato la facoltà non riesco a fare più nulla.-
-Che fai sfotti? Anzi... vuoi vedere che le cose stanno proprio così?-
-Sogna! No, non ho più voglia, tutto qui. Mi piacerebbe fare la parrucchiera.-
-Oh no! Tu sei tutta matta. Io facevo fatica. Dovevo studiare davvero, per starti dietro. Ma tu?-
-Ma io cosa, che da quando avevo sei anni non sollevo il naso dai libri! C'è dell'altro, cavolini... E se ora morissi? Dimmi cosa ho fatto nel mentre...-
-Cavolini?... va be'. Mi pigli per il culo, comunque. Queste cose le dico io, solitamente, non tu. Ricordati una cosa: se c'è uno che pensa alla vita e alla morte, se c'è uno che mostra sensibilità, se c'è uno di questo tipo, qua dentro, quello sono io. Ricordalo. Tu sei una donna!-

resto mancia n°1

Senza Hard Disk (e per separare gli episodi de "Il collezionista") mi limito a segnalare Resto Mancia n°1, la rivista delle nuove leve di Chine Vaganti. Buona lettura.


sabato 2 ottobre 2010

il collezionista #7.2

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... Continua da #7.1
In una frazione di secondo, Stefano, si sentì risucchiare da una forza innaturale, aliena. Qualcosa che non aveva mai sperimentato prima. Si sentì come aspirato da un'immensa aspirapolvere. Doveva essere qualcosa di mastodontico perché sollevare un corpo di quelle dimensioni non era certo un'impresa da poco. Si era sentito asportare dalla macchina per finire con la testa contro il cristallo. La botta gli fece perdere coscienza così non vide mai il suo corpo sgonfiarsi, bucato dai vetri, e finalmente dimagrire.
Forse una nuvola passeggera, chissà, animata da un nuovo istinto funzionale, o forse... forse allora esiste. Forse Dio ha finalmente deciso di fare le grandi pulizie e con l'aspirapolvere succhiare via dalla faccia della terra tutte quelle persone che come lui non possono godersi la vita. Una vita per pochi, che non lascia scampo a chi resta troppo tempo a rifletterci sopra. Una vita che ti raggiunge e che inevitabilmente finisce per superarti.
Un giorno imprecisato di un anno confuso ormai nel tempo e con il pene eretto tra le mani, Stefano, confessò di avere un dubbio.
-Un dubbio?-, rispose lei tra lo stupore e la noia.
-Qualcosa che ancora non capisco nonostante mi sforzi. Oh, ma tu pensavi... no, non intendevo questo... quello che stiamo facendo. È una cosa che non c'entra nulla con... il sesso-, stava per dire "amore", ma non se la sentiva.
-Questa è meglio che non la racconti alle mie amiche e sarebbe meglio che non la raccontassi neanche tu. Io credevo che dovessimo scopare!-
-Noooo... cioè si! ma volevo dire... chiederti, insomma: secondo te che cosa vuol dire "Per tutta la vita?"-
-Oh mammina, questo è tutto scemo. Sei sicuro di star bene? Cosa vuoi che ne sappia, ora?... e va bene. Significa per sempre. Contento? Possiamo proseguire, considerando il fatto che il tuo coso si è stancato di sentirti e se la sta battendo in ritirata?-
-Vedi? Anch'io pensavo così. E per sempre è infinito, è uno spazio nel tempo che ha un inizio ma che non trova una fine. Ora mi sai dire quanto è lunga una vita?-, chiese, mentre il suo pene aveva ormai perso tutto il vigore originario.
-È incredibile, tutto questo non sta accadendo proprio a me!-
-Dai fammi felice...-
-Tu mi prendi per i fondelli! Mi dici poi come faccio a rispondere a queste cose? Lo capisci che non hanno senso? Non c'è una misura, la vita è vita finché sei vivo, dopo, devi sapere, sei morto e quella è una situazione che non puoi chiamare vita. Anche volendo non lo puoi più fare, ok?-
-Vedi? Siamo ancora d'accordo. Non si può misurare la vita perché non esiste un'unità di misura standard per farlo. Non è che pensi alla vita e subito sai quanto è lunga. È per questo che mi chiedo il perché si usino frasi come queste, come fosse niente. Ti pare molto lunga una vita? Se ti dice bene campi sessant'anni e noi continuiamo a pensare che sia per sempre-
-Tutta la vita per te. Tutta la tua vita-, disse lei, ormai rassegnata.
-Ma questo non lo specifica mai nessuno. Chi te lo spiega? Cosa vuoi che ne sappia, un bambino, che può essere domani?-
-Senti, non offenderti, s'è fatto tardi e ciò vuol dire che non si scopa e che devi portarmi immediatamente a casa. E un'altra cosa, non provare a cercarmi più. Questo lo capisci anche se non te lo spiega nessuno, no?-
-Ma scusa, dico solo che le parole sono importanti! E invece è tutto falso, tutta una bugia!-
Nicola era l'ultima vittima dell'incidente stradale. Aveva un anno più di Stefano ma sembrava suo padre. Era il suo unico amico e Stefano gliene era grato. Nicola gli offriva le uniche emozioni e anche quel giorno, la gita in città era opera sua. Lo aveva trascinato via di casa, lontano dai suoi libri e dalla sua Olivetti.
Quando Francesco li vide per strada pensò di caricarli in macchina perché sembravano proprio delle brave persone.
Nicola aveva visto il cane attraversare la strada alla Renault gialla, la stessa auto gialla sbandare e perdere il controllo per finire fuori carreggiata e la Nissan scansare la Renault gialla e lo stesso cane per invadere la loro corsia. L'aveva vista venirgli incontro ma non si rese conto di ciò che stava avvenendo. Ci siamo abituati, oramai. Pensiamo che comunque vada riuscirà a riprendere il controllo. E andrà sempre così, finché staremo qui a raccontarlo. Il suo ultimo pensiero fu rivolto al cane. "Per fortuna si è salvato", pensò.
Lui, invece, moriva.

gli automobilisti... non è gente

Ciò che m'interessa, fondamentalmente, è farmi capire.
A volte sto li delle ore per cercare di ribadire un concetto espresso ma non sempre riesco a farmi comprendere, così non ci dormo la notte perché tutte le parole usate mi ritornano indietro come un boomerang.
Ok, spesso pure io sono difficile, lo ammetto, ma altrettanto sovente mi pare di parlare con pareti insonorizzate e questo mi fa pure più rabbia.
In auto no.
In auto non me ne frega un cazzo di farmi capire. Non ne ho proprio voglia di star li a spiegarmi. Non voglio proprio discutere, in auto.
Sono in totale relax, quando guido. Sigaretta sulla sinistra che tiene il volante. Destra sulle marce che prima e seconda e (forse) terza non me le toglie nessuno.
Salgo in auto e mi faccio i cazzi miei. Sto li a ragionare e guardare la strada che non vedo proprio nessuno. "Salutare no?" "Eh?" "Dico di salutare quando passi in macchina!", classico.
A volte però accadono delle cose che mi lasciano basito. Situazioni arcane che nonostante capitino ogni due chilometri, non riesco mai a decifrare. Storie ai confini della realtà. Svolti e ti ritrovi una macchina parcheggiata proprio li, a neanche un metro dall'incrocio; sei sulla statale a pieno gas e appare dal nulla una scatola di cartone enorme perfettamente chiusa. "Sarà mica piena?" Vabbè, la eviteresti sempre e comunque; Torni a casa (vivi in un vicolo) e ti ritrovi un'auto parcheggiata proprio davanti al tuo portone. Dopo due ore scopri che qualcuno ha fatto visita al vicino...
Immagino che queste cose accadano soltanto a me nell'universo. Forse solo sul pianeta Nibiru c'è qualcun altro che...

Durante gli anni trascorsi a guidare -e si può discutere all'infinito ma l'esperienza è tutto- ho imparato alcune cose fondamentali che nessuno ti insegna. E infatti pochi imparano.
Indicatore di direzione.
Sulla statale vedo tantissimi che a metà sorpasso azionano la freccia e poi la tengono per sempre. Non la levano mai più. Gli indiani a loro fanno un baffo. Solitamente si disattiva dopo uno scontro con un autocingolato che non riesce proprio a capire cosa diavolo vuol fare che ha la freccia da quando è nato.
Gli indicatori di direzione (o frecce), come dice la parola stessa, indicano agli altri cosa stai per fare. Se decidi di sorpassare, azioni la freccia indicando che stai facendo un movimento laterale e poi sorpassi mentre la disattivi (solitamente si disattiva in autonomia). Se stai poi sulla corsia di sorpasso, a sorpassare ventuno macchine, ha poco senso tenerla azionata. GLI INDICATORI DI DIREZIONE NON DICONO: STO SORPASSANDO. No.
Oppure. Sono su una strada secondaria e davanti a me un'auto che va nella mia stessa direzione. Aziono l'indicatore di destra per svoltare e lui lo stesso. La curva è lunga e io disattivo la freccia. Lui no. Arriviamo alla fine e attendiamo di immetterci nella nuova strada. Lui ha ancora la freccia che urla. Dobbiamo fare un movimento a sinistra e lui tiene ancora l'indicatore destro. Perenne. Ora: io so già cosa devi fare, perché abbiam fatto lo stesso percorso e perché non puoi fare altro. Per chi è quella freccia, quindi? Chi arriva a 325 orari sulla corsia dove dobbiamo immetterci, non la vedrà mai quella maledetta freccia. Spegnila, ti prego. Chiedi semmai che ti lascino un po' di spazio per passare entrambi, no? Basta azionare quella di sinistra e magicamente (oddio, non sempre) sfrecciano a 328 orari sulla corsia di sorpasso così tu puoi immetterti entro oggi.

Ma l'apice lo raggiunge chi durante il suo viaggio (da casa al bar tabacchi) trova 1846 auto parcheggiate sulla destra in una strada larga 70 cm e mi vede arrivare... Mi vede da lontano. Sono già a metà e vedo la luce di quel maledetto tunnel ma lui decide comunque di avventurarsi nella foresta d'asfalto.
La storia della destra vale per tutte le situazioni, in auto, non è un proverbio antico. Se tu hai la corsia di destra occupata e mi vedi arrivare (perché la mia corsia è libera) devi lasciarmi passare, tanto più che oramai mi mancano due metri a terminare l'operazione. Cosa ti vai a infilare, se non riesci a parcheggiare in uno spazio di quattro metri per quattro? E quando arrivano proprio di fronte mi guardano perplessi: "e mo'?" "Ho capito, va, non oso immaginarti fare retromarcia. Per carità, non voglio averti sulla coscienza. Faccio io", e torno indietro per farlo passare. E lui passa senza neanche guardarti. "Ringrazia, no?".
Ma non ne ho voglia di discutere, quando sono in auto. Bestemmio sottovoce, forse, ma dimentico subito tutto e torno a farmi i cazzi miei proprio nel momento in cui il mio amico, a piedi, mi saluta. 
Giuro, non l'ho proprio visto.

venerdì 1 ottobre 2010

il collezionista #7.1

Un dattiloscritto senza titolo:
Capitolo 2.
Nella terza auto, una vecchia fiat, si trovavano tre passeggeri. Francesco era al volante e proprio per questo fu l'unico a percepire l'imminente morte. Il suo ultimo pensiero fu "Eccola, finalmente". La stava aspettando già da tempo nonostante avesse raggiunto appena il ventinovesimo anno di età.
Era uno scrittore, Francesco, uno dei tanti in verità, ma pochi avevano il suo talento. La sua carriera cominciò fulminea a sedici anni, vincendo un concorso letterario che lo aveva portato a pubblicare il suo primo libro, La sua vena creativa lo spinse a scrivere altri tre romanzi, l'ultimo all'età di diciannove anni, che nessuno però volle pubblicare. Cominciò a pensare di non essere così bravo come gli avevano fatto credere e smise di scrivere.
Gli editori si erano arrogati il diritto di decidere che il pubblico non fosse pronto per leggerli. Avevano appena ucciso uno scrittore.
Francesco si dedicò al fumetto, dove poté denunciare questa e altre forme d'ingiustizia, diventando così un grande fumettaro. I critici lo osannavano ma perse molto, tuttavia, della spensieratezza del giovane scrittore, divenendo schivo e relegandosi in casa a consumarsi nel suo dolore. Straziato come uno dei suoi tanti personaggi, la solitudine gli aprì la mente e la strada dell'eccessiva attività cerebrale lo aveva portato alla saggezza, per dirla con William Blake.
Quel giorno aveva deciso d'interrompere la sua tortura ripristinando i contatti con il mondo, consapevole che dalla vita non poteva aspettarsi nient'altro che la fine. Solo quella.
La Nissan che gli veniva incontro pareva avvolta da un manto nero che la faceva apparire come una dolce nonna a braccia protese. "Vieni piccolo mio, saprai la verità", sembrava dire. Poi lo schianto, un rumore sordo e il frantumarsi del cristallo anteriore. Francesco morì con uno strano sorriso sulle labbra, "Eccola, Finalmente!". La morte era arrivata.
Stefano aveva trascorso gran parte del viaggio a parlare con Nicola, che sedeva sul sedile posteriore. In quel momento stava girandosi per far riposare il collo e i pensieri trasportati alla velocità della luce dall'hashish appena consumato gli facevano giurare di cominciare una lunga e rigida dieta. Era necessaria, che diamine. Una fantastica notte fra canne e alcool, seduto in un piccolo night colmo di ragazze che aspettano solo d'essere possedute e poi a casa per una sana dormita. Poi la dieta. 
In una frazione di secondo, Stefano, si sentì risucchiare da una forza innaturale, aliena. Qualcosa che non aveva mai sperimentato prima...