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giovedì 7 aprile 2011
franco putzolu
Avevo 23 anni, nel '97.
Avevamo costituito l'Associazione (Chine Vaganti), organizzato la manifestazione Viaggio nel fumetto, e pensammo (Daniele e io) di creare una rivista per farci un regalo. Macchie d'inchiostro n°0. Noi l'abbiamo sempre chiamata "rivista"...
Comunque dico, "facciamo un'intervista a Franco Putzolu, che vive dietro casa?"
"Bello si, chiedigli se ci disegna la copertina!", perché Daniele rilancia sempre.
Ricordo che non sapevo nulla di lui, vedevo le sue vignette sull'Unione Sarda e quella sua inconfondibile firma, ogni volta, mi sembrava un disegno aggiunto. Qualcosa da ammirare ogni volta.
Quando arrivai all'appuntamento mi piacque il fatto di riconoscerlo.
Abitava dietro casa, tra l'altro di fronte a casa di mi zia, ma non lo sapevo. Pensavo addirittura di non averlo mai visto in viso, invece eccolo li di fronte a me. Un viso familiare. Invecchiato, anche.
Mi raccontò subito della sua partenza dalla Sardegna. Di quando partì volontario nella Marina Militare. Perché sognava di fare lunghi viaggi in mare, mi disse. Andava a ripescare tutti i ricordi in modo veloce come avesse un ripostiglio ordinato nella mente. Poi invece mi confessò che aveva appena rilasciato un'intervista dove diceva le stesse cose...
Mi ricordo che mi piaceva starlo a sentire e nel mentre scrivevo tantissimo sul mio blocco notes appena acquistato. Sul giornale uscì un articolo di cinque pagine. Ricordo di avere scritto un racconto che comprendeva l'intervista e poi di averlo tagliato tutto lasciando solo l'intervista secca.
Scrissi un racconto perché mi colpì tutta la faccenda e perché alla fine, quando me ne andai, pioveva. Ricordo di essermi sentito addosso una tristezza infinita perché in quel momento mi sentivo come uno dei suoi personaggi, quelli degli anni sessanta, rinchiusi all'interno della loro solitudine attraverso la pioggia che nel suo gioco fatto di umorismo nero diventava altro. La pioggia era dunque un cancello chiuso a chiave. E la chiave era al di qua della pioggia/cancello mentre l'omino stava al di là, seduto in una panchina e si riparava con un'ombrello.
A un certo punto mi fece vedere il suo archivio e m'illuminai. Cominciò a fotocopiarmi illustrazioni e vignette e disegni. Mi disse "scegli quelli che ti piacciono di più, usa quelli che vuoi". "Mi scusi, ma le vignette le conoscono tutti", dissi, "perché non usiamo i disegni vecchi, quelli neri". Me ne fotocopiò una cinquantina e mi raccontò di quel periodo. Di Diabolik, Horror...
"... fu in quello stesso periodo che riuscii finalmente a pubblicare le "mie" cose, grazie all'incontro con una donna straniera... Veniva in Italia a prendere i lavori dei disegnatori e li portava all'estero. Si trattava di vignette nere, surreali, autolesioniste, che in Italia non trovavano spazio... Era impossibile tuttavia seguirne le tracce e i ritagli che mi riportava in dietro erano rari. Ho recuperato ben poco di quei lavori... Sul Bertoldo cominciai anche a pubblicare alcuni fumetti, ma il mio interesse era rivolto ad altro."
"... Bernardo Zapponi dirigeva Il Delatore... Un numero intero venne dedicato ai giovani disegnatori dei primi anni settanta, umoristi che strizzavano l'occhio al noir di maestri francesi quali Roland Topor che ne realizzò la copertina. Il titolo del libro/rivista era "L'umorismo del silenzio"... Alberto Moravia... apprezzò l'opera e i disegni... e tra gli altri citò i miei..."
"... Zucconi, direttore de' La Domenica del Corriere... disse che ero andato troppo avanti con i tempi, almeno di quindici anni e non potevano uscire (quel genere di disegni) sul Corriere dei piccoli o su Amica."
"L'ispirazione, forse, mi è venuta da Topor, ma l'unico che mi ha lasciato qualcosa è Saul Steinberg che pubblicava in America..."
Mi ricordo un uomo gentile, felice per la sua vita, ma nello stesso tempo triste per non essere riuscito a sfondare con quelle sue idee strane, fatte di omini che si temperano le dita. Malinconico per il tempo che fu e che non sarebbe più stato. Un artista sincero e una persona sensibile.
Arrivederci, Signor Franco.
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lunedì 29 novembre 2010
notte #11
Sono scarico.
Da un paio di giorni mi sento spremuto e scarico. Una batteria esaurita. Un accendino a secco.
Non so perché, visto che dopo il ritorno da Lucca mi sentivo un drago (non un Leone, perché c'è poi la rima facile).
È vero che ho scritto tanto e tutte cose molto diverse tra loro, questo mese, e forse questa è solo la logica conseguenza, ma mi secca sentirmi così scarico tanto che non volevo ammetterlo. Ma visto che non mi passa allora lo scrivo qua. Come facevo da bambino e da ragazzino. Scrivevo di ciò che più mi opprimeva per rinchiudere i miei mostri sul foglio così poi riuscivo a guardarli da fuori, da un altro punto di vista. Di solito funzionava.
O forse è per via di questo giorno, mai stato bene il 29 novembre. Mah!
Poi...
Non so perché, ma questo video lo sento parte di questo momento, quindi lo metto.
È stato realizzato da alcuni creativi, quindi addetti ai lavori della comunicazione e non è una roba amatoriale. Non ho ben capito se pubblicizzano qualcosa (c'è chi dice "una nota marca di penne") perché qualcuno dice che è un semplice spot aggratis per puro sollazzo.
Fato sta che questa è la dimostrazione che si possono fare spot intelligenti in modo semplice.
venerdì 24 settembre 2010
notte #10
365 giorni di buio.
Trentacinque anni...
Ciao.
... Perché le persone son fatte così, non c'è niente da fare. Siamo bestie strane, noialtri, sempre pronti ad azzannarci per un non nulla. Basta poco per odiare il prossimo e una vita intera per imparare ad amare.
A pelle mi stai sul cazzo!
Al contrario diventa un colpo di fulmine, ma di solito non ha lunga vita e poi torna a essere odio come al solito.
Il vero amore è quello che s'impara pian piano, lungo strade impolverate di dubbi e incomprensioni. Attraverso città desolate di noia dove solo la curiosità e la pazienza possono fare da collante. Oppure la costrizione alla convivenza.
Poi conosci una persona. Finalmente la capisci. Il tempo ti ha cambiato. La vita ha strade contorte che portano in un unico punto comune.
Ma la vita è breve, signori, e per alcuni lo è ancora di più. E chi ci dice che abbiamo tutto il tempo per dire ciò che avremmo sempre voluto? Chi ci dice che avremmo modo di fare ciò che abbiamo sempre sognato?
Prendete me, per esempio. Son cresciuto con W. e chi ci pensava che poi...
Trentacinque anni sono una vita intera. Li abbiamo trascorsi tra cazzotti e urla da bambini, indifferenza e grandi incomprensioni da ragazzi. Ma per due fratelli la convivenza si tramuta in una palestra. I rapporti si rafforzano. Si prendono le misure e si evitano le puttanate, quelle che da adolescenti, invece, stanno alla base di ogni rapporto.
Io ho sempre pensato che fosse C. a tenerci uniti. Ma c'era dell'altro.
C'era la voglia di raccontarsi, di ridere insieme, di confrontare opinioni e idee. C'era la voglia di rendersi utili l'uno con l'altro e una maledetta voglia di trovare forti interessi comuni quasi a voler legittimare la vita trascorsa insieme. C'era rispetto, cazzo. Un infinito rispetto reciproco.
Gli ho voluto un gran bene e mi manca tutto. I messaggi o le chiamate improvvise: "Di a mio zio che passo a trovarlo...", non erano i miei genitori, no, erano i suoi zii. Il fantacalcio, le uscite con gli amici o quelle fatte da soli, in giro solo per parlare ore intere.
L'ultimo SMS l'ho ricevuto un anno fa esatto. Ce l'ho ancora salvato, mi chiedeva se il Cagliari avesse giocato male nonostante la vittoria (quando giocava fuori casa, spesso, preferiva non guardarla. Stadio o nulla!).
Sfotteva Larrivey. Lo faceva sempre. Era mezzanotte e sicuramente ho riso come un idiota. Dieci ore dopo poi...
Finito. Niente più storie. Niente risate. Niente cazzate. Niente calcio. Finito.
Da un momento all'altro non c'è più quella persona che è sempre stata li con te. Qualcuno mi spieghi come si può digerire questa cosa, perché io, nonostante tutto, ancora non riesco a capirlo. Come si può?
Bisogna andare avanti.
Bisogna metabolizzare la faccenda.
Bisogna...
Bisogna essere delle strane bestie, per fare quello che noi facciamo continuamente. Ecco perché riusciamo a sopravvivere a nostri cari.
Ciao.
Il fatto è che non esistono le parole giuste, per una cosa del genere. Esistono tutte le altre, ma non quelle giuste.
Immagini, film, canzoni, ricordi... troppi ricordi.
E ridi, e piangi e t'incazzi, e ridi ancora. Poi piangi.
Perché vivere ogni giorno ti porta a non sentire e non vedere, come se il cervello, invece, non stesse registrando tutto per riproportelo nei momenti più impensabili. Si ricorda tutto, lui. Anche quello che vuoi dimenticare. E quando vuoi ricordare qualcosa, spesso, è un'impresa. È la mente a ripescare.
E spesso il cervello si spegne.
Sono rimasto spento per qualche mese. Mi ritrovavo immobile, come in standby e chissà per quanto tempo stavo così. Trascorrevano le giornate. Le settimane. Sono trascorsi dei mesi prima che mi rendessi conto che mi stavo spegnendo. Pian piano. Inevitabilmente.
Fortunatamente avevo delle cose importanti da fare. C. mi aveva fatto una richiesta precisa e avevo tutta l'intenzione di stare con lei.
E poi gli amici. Non hai idea di quanto calore ti possano donare finché non ti si stringono forte attorno.
Tutti gli amici. Quelli di sempre, quelli nuovi e quelli che ti trascinano a vedere Inglourious Basterds e Avatar.
Ho tenuto fermo questo blog per un anno intero perché mi sembrava l'unico modo per ritrovare le parole. Ma, ora, mi rendo conto che non è esattamente così.
Sono stati giorni bui, dove tutto ciò che riuscivo a vedere erano immagini impresse nel cervello e che in nessun modo sarei riuscito a scacciare. E io non le volevo scacciare.
Ora fanno parte di me, come tutto il resto.
Sono stati giorni di lotta costante per riuscire a inquadrare obiettivi che sembravano ormai insignificanti.
Così torni a progettare. Così torni a vivere.
Torni a vivere, almeno tu. Perché tu puoi farlo. Perché tu devi farlo. Perché tu, ora, sei più incazzato di prima.
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giovedì 24 settembre 2009
sabato 9 maggio 2009
mercoledì 18 giugno 2008
notte #7

La ragazza col grasso che cola mi chiede spiegazioni. Sta li ormai da un po' di tempo e non riesco a spiegarle che non so come far procedere la storia. Cioè, lo saprei pure, ma mi sono incartato perché ho il difetto di voler raccontare la vita e nella vita s'intrecciano le vicende di miliardi di persone.
Il bambino con il pene in bocca è una favola, non sarà come Biancaneve e i sette nani, ma è pur sempre una favola. E' più come Cappuccetto Rosso, dove poi il lupo sbrana i personaggi e quando arriva il cacciatore decide di squartarlo per riportare alla luce brandelli ormai sciolti dagli acidi di nonna e bambina.
Si, è un po' così.
Il ragazzo con il terzo occhio non se ne preoccupa, il suo unico obiettivo è guardare le spalle a Lorenzo che li ha raggiunti non appena è morto.
Spero che Francesca abbia la pazienza di attendere perché i suoi disegni sono fondamentali per questa favola.
Io, invece, mi ritrovo a riflettere su cosa sia vero e cosa falso. La vista mi si annebbia, ho qualche difficoltà, lo ammetto. Spuntano i primi peli bianchi nella barba e fra i capelli. Spero solo di restare abbastanza lucido per salvare l'anima de Il suo unico amore.
sabato 12 aprile 2008
notte #6

Mi sento impotente e mi lascio andare, lontano, lontano e prego perché qualcuno metta fine a questo massacro. E m’innamoro del momento, di questa bolla ermetica che mi soffoca e toglie la vita. Mi sento spento. Forse vuoto, ma spento.
A volte piango, un riflesso. Solo finzione o poco più che una rappresentazione del pianto. E poi nulla, niente che mi scuota davvero, che mi afferri con forza e con il muso cattivo mi urli in faccia “svegliati stronzo”. Cullato, galleggio e comincio a perdermi nell’orizzonte.
Che faccio? Niente, faccio. Cammino per le strade silenziose del paese. Cammino per tutta la notte fumando le mie Chesterfield con la consapevolezza di stare a pochi metri da perfetti sconosciuti e pensare a loro. Da queste parti soltanto una parete ti separa dalle persone che dormono e magari sognano. Indifesi. Passando accanto alle finestre in queste strettissime vie ne senti i respiri pesanti, stanchi. Si ricaricano insieme ai loro cellulari e la mattina seguente riemergono e tenaci inseguono la propria vita. L’invidio, non so a cosa pensino, se magari si sentono fregati, qualche volta. Se per caso anche loro muoiono di vita, o piangono per le sciocchezze o bevono per dimenticare i problemi. Invidio il fatto che si rialzino per ricominciare. Ogni giorno. E ogni giorno sono più vecchi di un giorno o più. E la sensazione è ancora più forte. Che faccio?
Niente, faccio. Metto su due cose e sparisco, nessuno più mi vedrà, nessuno più penserà a me. Nessuno avrà più il minimo ricordo. Ma il problema è che io saprò sempre dove sono.
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giovedì 28 giugno 2007
notte #5

Ieri finalmente l'ho rivisto. Il titolo originale è The Fly (La mosca, ripreso poi da Cronemberg nel 1986) ed è bellissimo. Spesso viene definito come un film di fantascienza, ma è un horror con i contro fiocchi. Un horror classico. Un cult del cinema, certo, ma un horror classico nel senso che è un vero film di genere. Sfortunatamente oggi si ha un concetto diverso del termine e quindi vengono fuori produzioni costose che non hanno nulla di bello. Per esempio, ve lo ricordate Boogeyman di Stephen Kay? beh, aspettavo un film sull'uomo nero da una vita e quando sono andato al cinema... che delusione. Mi hanno rovinato un incubo. Film come La casa e Nightmare (stupendi horror di Sam Raimi e Wes Craven) hanno portato una ventata di novità ma hanno dato il via a una serie interminabile di pessimi film. L'esperimento del dottor k di Kurt Neumann (1958), invece, mantiene intatto il gusto e il modo del maestro del genere E. A. Poe.
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vi consiglio il film...
venerdì 15 giugno 2007
notte #4

Io credo nella libertà di pensiero, e sono anche convinto che la mente sia uno strano luogo invaso da energie che non puoi controllare totalmente. Ma sono altrettanto consapevole che sia la stessa mente a decidere in modo sistematico quali concetti esprimere e quali no. Non si può e non si deve cambiare i pensieri delle persone. Il grande fratello non è una soluzione. Ma si può e si deve stare attenti a quello che si dice. Di conseguenza a quello che si fa, perché la pedofilia resta un reato. La cosa vergognosa è che ormai non hanno più paura di parlarne. E questo è un brutto segno. I bambini vanno protetti e devono crescere ognuno con i propri tempi, lasciandoli liberi di fare le proprie esperienze nei modi e nei tempi (appunto) che la vita decide per loro. Tutto il resto è violenza.
Epolis ha raccolto 50.000 firme ed è riuscita in questo modo a far sapere la notizia a tante persone che hanno potuto opporsi all'iniziativa. Ora il sito è chiuso. Il "Boy love day", ufficialmente, anche. Ma non credo che la cosa sia finita qui. Aprite gli occhi, gente.
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domenica 10 giugno 2007
notte #3

Immagini. A volte sono le immagini a determinare lo stato d'animo, o la musica. La realtà delle cose è inutile quando la mente la filtra con l'esperienza insita nelle persone.
E poi un giorno ti svegli e ricominci da capo. Vivi, impari e acquisisci. E le vecchie sensazioni non hanno più peso perché non ci pensi. Ma poi un vecchio video riporta tutto a galla. C'eri tu e tua sorella. Due bellissimi bambini che giocano e si baciano. C'era una giovane donna. È tua madre che protegge con lo sguardo.
Come un'onda il tempo torna sempre a riproporti le scene vissute e tu che ne hai memoria non puoi che chiederti quale sarà il futuro. Ma il futuro non esiste. È l'unica cosa che non potrà mai esistere ed è per questo motivo che io l'attendo come fosse l'unica via d'uscita. E non ci può essere altra soluzione...
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martedì 29 maggio 2007
notte #2

Finalmente, oggi, ho ritrovato un amico nell'oceano della rete. Un fondatore di Chine Vaganti che ha deciso spiccare il volo alla scoperta del globo. Un giorno o l'altro parlerò di lui, un artista sfuggente che forse ha trovato la sua strada.
A presto, Giorgio.
E' trascorsa una settimana da che sono partito per questo viaggio. Ho cercato tra i milioni di siti qualcosa che potesse essere d'aiuto a chi umilmente cerca terreno fertile per la propria passione e sulla destra potete vederne i link. Questa settimana, invece, voglio dedicarmi alla scrittura sperando che la ricerca sia altrettanto produttiva.
Ho urlato più volte il silenzio dei tetti deserti,
rompendo cristalli di vetro -finti destini-
le notti più scure di notti trascorse d’inverno,
risuonano vecchie canzoni di mille violini.
È dolce il dolore melodico di queste notti,
confonde il piacere di vita con certi pensieri
che strisciano giù nello stomaco mordendo feroci,
spezzando il respiro di gente già stanca di ieri.
Ed io che di certo negli anni di notti ne ho viste,
son certo che dietro lo scuro di questa notte
si celi una stella che illumina strade a mattino
fingendosi sole, scoprendo le frasi scomposte.
Ho urlato più volte, davvero, con denti serrati
Guardando quei tetti deserti, silenzi e dolori
Rubando lacrime amare a canzoni sentite
Che poi non sono nient’altro che silenzi sonori.
(canzone - 21 marzo 2004)
mercoledì 23 maggio 2007
notte #1

Esattamente non so cosa sia, ma penso che imparerò molto in fretta.
Sulle note dei Timoria comincio dunque l'avventura e non è un caso che siano le quattro di notte. Sarà che ogni cosa assume un aspetto nuovo e che il celato ha sempre un fascino irresistibile, ma la notte mi regala la speranza che tutto sia più bello, più limpido, più silenzioso e tranquillo di ciò che il giorno, al contrario, svela.
E' stato in una di queste notti, che tanti anni fa, cominciai a "raccogliere" in modo più metodico quello che scrivevo. Erano poesie e pensieri che si trasformarono poi in versi, fondendo le due cose come se non avessero mai avuto scelta. E ancora scrivere, scrivere continuamente per imprigionare i mostri, quelli che altrimenti mi ritroverei ancora a quarant'anni. I miei fantasmi, li chiamo. I brutti pensieri. I brutti ricordi. Le brutte sensazioni. E il viaggio nella mente diventa all'improvviso scomodo e pericoloso...
La notte. La notte mi sembra che qualcosa, qualunque cosa, stia per cominciare. Che ogni possibile viaggio possa essere intrapreso senza paura alcuna di ciò che dovrò affrontare e m'illudo che quei pensieri, quei brutti ricordi, possano sparire in un attimo imprigionando i mostri che inevitabilmente ancora mi porto appresso.
Benvenuti sul mio blog, dunque, dove memoria e ragione sono strumenti essenziali del viaggio che affronterò, attraverso i quali parlerò di arte, non solo la mia, e del mondo che i miei occhi vedono e il mio cervello filtra. Fumetti, romanzi, film, immagini e parole che se non possono far sparire i fantasmi, quantomeno hanno la forza d'indebolirli profondamente...
Sulle note dei Timoria comincio dunque l'avventura e non è un caso che siano le quattro di notte. Sarà che ogni cosa assume un aspetto nuovo e che il celato ha sempre un fascino irresistibile, ma la notte mi regala la speranza che tutto sia più bello, più limpido, più silenzioso e tranquillo di ciò che il giorno, al contrario, svela.
E' stato in una di queste notti, che tanti anni fa, cominciai a "raccogliere" in modo più metodico quello che scrivevo. Erano poesie e pensieri che si trasformarono poi in versi, fondendo le due cose come se non avessero mai avuto scelta. E ancora scrivere, scrivere continuamente per imprigionare i mostri, quelli che altrimenti mi ritroverei ancora a quarant'anni. I miei fantasmi, li chiamo. I brutti pensieri. I brutti ricordi. Le brutte sensazioni. E il viaggio nella mente diventa all'improvviso scomodo e pericoloso...
La notte. La notte mi sembra che qualcosa, qualunque cosa, stia per cominciare. Che ogni possibile viaggio possa essere intrapreso senza paura alcuna di ciò che dovrò affrontare e m'illudo che quei pensieri, quei brutti ricordi, possano sparire in un attimo imprigionando i mostri che inevitabilmente ancora mi porto appresso.
Benvenuti sul mio blog, dunque, dove memoria e ragione sono strumenti essenziali del viaggio che affronterò, attraverso i quali parlerò di arte, non solo la mia, e del mondo che i miei occhi vedono e il mio cervello filtra. Fumetti, romanzi, film, immagini e parole che se non possono far sparire i fantasmi, quantomeno hanno la forza d'indebolirli profondamente...
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